mercoledì 17 dicembre 2014

Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate

di Manuela Raganati

Ecco finalmente il tanto atteso Lo Hobbit - La battaglia delle cinque armate, il terzo capitolo della trilogia tratta dal romanzo di J.R.R. Tolkien per la regia di Peter Jackson. Preceduto da Lo Hobbit - Un viaggio inaspettato (2012) e Lo Hobbit - La desolazione di Smaug (2013), esce oggi in Italia, con diverse prime proiezioni notturne nazionali in diverse sale a partire da mezza notte e un minuto. Il film è uscito oggi anche nelle sale cinematografiche degli Stati Uniti.


Come sempre epico, forse questa volta anche di più, il mondo della Terra di Mezzo è teatro di una grandissima Guerra tra eserciti di nani, elfi, uomini, orchi e... Non faccio spoiler! 

Il ritmo frenetico della battaglia non consente molti focus sui personaggi. L'azione è predominante e i protagonisti  sfilano via come tante belle figurine in una ricca gallery, senza però lasciare troppo spazio alle emozioni. L'impressione è, infatti, che Jackson, per la troppa ansia di chiudere la trilogia, racconti poco la storia.

Notevoli gli effetti 3D, per niente fastidiosi, con effetti speciali di grande impatto, il terzo episodio de Lo Hobbit si chiude con un po' di generale freddezza elfica.

Termina così il ciclo che precede le vicende de Il Signore degli Anelli, con un anziano Bilbo, con il mano il suo Anello, e un Gandalf molto sornione che lo tiene sempre d'occhio. Con pipa sempre accesa... O quasi!

Il tema dell'Amicizia emerge sugli altri filoni. Bilbo e Thorin, Bilbo e Gandalf, Gandalf e la Regina degli Elfi, Brand e i nani, Legolas e Tauriel, sono solo alcuni legami di fedeltà reciproca che prendono vita dalle vicende raccontate nel film.

I finali delle  trilogie sono sempre un poco malinconici e non soddisfano mai pienamente il pubblico. Si sa, certe storie non dovrebbero finire mai! 

Corale ma un po' freddo, comunque assolutamente da non perdere!

Original Title: "The Hobbit: The Battle of the Five Armies", IMDB. Per restare sempre aggiornato sull'argomento di questo post, puoi seguirmi su Twitter, su Facebook, su Google+ o su Pinterest. Se invece preferisci ricevere i post direttamente nella tua mail, aggiungiti agli altri lettori di BhoBlogqui. Grazie di essere passato/a di qua!
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domenica 14 dicembre 2014

Teatro: Canto di Natale allo Spazio Tertulliano

di Manuela Raganati

A Milano il Natale offre tante sorprese inaspettate! L'importante è saperle cogliere al momento giusto, quindi non vi fate scappare questo spettacolo teatrale tratto dal famosissimo Canto di Natale di Charles Dickens.

Fabrizio Martorelli adatta e interpreta magistralmente lo spirito del racconto di Natale dickensiano dando vita ad un inedito monologo polifonico commovente e mai banale, diretto da Antonio Mingarelli. Dal 10 al 14 Dicembre 2014 allo Spazio Tertulliano di via Tertulliano 68 - Milano. Si consiglia la prenotazione telefonica/via mail o l'acquisto online.


A Christmas Carol è una delle storie più famose e commoventi sul Natale pubblicata da Charles Dickens nel 1843. Fabrizio Martorelli veste i panni dell'arido finanziere Ebenezer Scrooge, che pensa solo a sé stesso e considera il Natale come un'inutile perdita di tempo.

La sera della Vigilia di Natale riceve la visita di tre spiriti magici: il Natale del Passato, del Presente e del Futuro. Accompagnato da questi tre fantastici prodigi l'uomo intraprenderà un incredibile e meraviglioso viaggio che lo cambierà per sempre.

Durante questa bellissima trasposizione teatrale del Canto di Dickens, il Natale è rappresentato laicamente come un momento importante per riflettere sulla propria esistenza con un'ottica magica e straniante. Quanti Scrooge sono intorno a noi? Ebezener Scrooge sopravvive anche dentro noi stessi? E quanto siamo pronti ad aprirci veramente agli altri per regalare felicità?

Tante belle domande da regalarsi durante il tempo delle inutili corse agli ultimi regali e spese di Natale! Per restare sempre aggiornato sull'argomento di questo post, puoi seguirmi su Twitter, su Facebook, su Google+ o su Pinterest. Se invece preferisci ricevere i post direttamente nella tua mail, aggiungiti agli altri lettori di BhoBlog qui.
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martedì 9 dicembre 2014

Natale - Giuseppe Ungaretti

Natale

Non ho voglia
di tuffarmi
in un gomitolo
di strade

Ho tanta
stanchezza
sulle spalle

Lasciatemi così
come una
cosa
posata
in un
angolo
e dimenticata
Qui
non si sente
altro
che il caldo buono
Sto
con le quattro
capriole
di fumo
del focolare.
Giuseppe Ungaretti, 1916


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lunedì 1 dicembre 2014

La Moda: una stanza tutta per sé (da Fashion Issue)


Oggi ho letto una riflessione molto interessante di Giusi Ferrè su Fashion Issue - Io Donna (RCS). Riporto qui l'editoriale perché mi piace pensare alla Moda come ad una stanza tutta per me, dove poter creare la mia immagine in tutta libertà per portare alla luce parti sempre nuove e inedite di me stessa. E adoro che vengano citate le parole di Virginia Woolf! Insomma, datemi un posto tutto mio per fare disordine, scrivere, creare, giocare con le immagini, provare vestiti e scoprire nuovi lati di me: ecco, questo è il mio gioco preferito, che mi fa stare bene, riportandomi libera nella mia stanza di donna e bambina, allo stesso tempo.


"Talento infinito, visionaria eppure pratica, era Virginia Woolf a sostenere: "A woman must have money and a room of her own if she is to write a fiction". Una donna deve avere denaro e una stanza tutta per sé per poter scrivere

Ne era così fermamente convinta che diede proprio questo titolo, Una stanza tutta per sé al suo saggio forse più noto, dove spiega che per dare la parola alle donne é necessario ricercare altri linguaggi e altri toni perché i modelli della cultura ufficiale non tengono conto di loro. 

In questa stanza tutta per sé, che permette alle donne una nuova libertà intellettuale, lo stile che la caratterizza è basato sulle immagini, "per poter rendere suggerire l'essenza della personalità di mia madre bisognerebbe essere un pittore e sarebbe difficile farlo in modo adeguato non meno che dipingere un Cézanne". 


Se davvero procediamo per immagini, è un quadro intimo quello che si offre ai nostri occhi. Un'atmosfera discreta dove la donna può vivere soltanto per sé. Non per esibirsi, incantare, sedurre ricorrendo ai mille talenti femminili della conquista quotidiana, ma per il proprio personale piacere. Quando vestirsi ha la sottigliezza del gusto tranquillo e sofisticato di chi, osservandosi allo specchio, vuole soddisfare se stessa e chi condivide i suoi gusti più segreti. 

Per ogni donna, che sia attenta alla Moda, che la ami o che se ne curi appena, quasi con dispetto, vestirsi è una scelta intima, che tocca la profondità dei sentimenti. Lo racconta un libro-collage fotografico Women in clothes (casa editrice Penguins - a cura di Sheila Heti) in cui 693 donne svelano il modo in cui decidono vestirsi ogni giorno. E il procedimento non è diverso da quello del pittore che decide di dare la sua pennellata.


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martedì 18 novembre 2014

Harald Szeemann. L’arte di creare Mostre... E Vita

Harald Szeemann è stato il primo curatore indipendente di esposizioni d'arte, slegato dalle istituzioni museali, aperto all'avanguardia, internazionalmente riconosciuto come uno dei maggiori protagonisti dell'arte contemporanea.

Sto leggendo una biografia interessante, che si intitola Harald Szeemann. L’arte di creare Mostre che racconta come l'istrionico curatore, nel corso della sua lunga e intensa carriera, abbia lasciato un'impronta indelebile nel mondo dell'arte.


Harald Szeezman ha ideato e allestito più di duecento mostre numerose delle quali imprescindibili per la comprensione di alcuni snodi fondamentali dell’arte contemporanea solo per citarne alcune “Le Macchine celibi”, 1975, curata da Szeemann, che nasce sulla macchina celibe per eccellenza "il Grande Vetro di Duchamp” alla prima biennale d’Arte di Venezia del terzo millennio 2001 Platea dell’umanità.

Il libro indaga la singolare metodologia curatoriale di Szeemann e la sua continua ricerca in relazione al rapporto tra opere e spazio, grazie a un’ampia raccolta di schizzi, piantine e foto di allestimenti che illustrano il libro. 

La riflessione sullo spazio della creazione e dell'esposizione è davvero molto interessante. Come scrive Szeemann, "l'estensione dell'arte nell'ufficio, che voleva dire che ognuno poteva essere creativo con il suo lavoro". 

L'Arte, grazie alla mediazione del curatore, che assembla il progetto e propone un percorso, irrompe nella nostra Vita e se ne impossessa. 


NOVITA' in Libreria! Harald Szeemann. L’arte di creare Mostre di Ambra Stazzone e postfazione di Giacinto di Pierantonio. Casa editrice: Fausto Lupetti Editore

Vedi il booktrailer di Harald Szeemann. L’arte di creare Mostre: http://vimeo.com/m/94532592



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giovedì 13 novembre 2014

Paradisi Artificiali - La forma banale dell'originalità

Niente di meglio, per terminare questa lunga giornata di pioggia, di un kebab, un buon libro e dei Paradisi Artificiali dove evadere un po', lontano dalla Realtà! Passo, dunque, la Parola a Baudelaire!

"Per rendere ideale il mio argomento devo far convergere tutti i raggi in un unico cerchio, devo polarizzarli, è il cerchio tragico nel quale ti farò riunire sarà, come ho già detto, un'anima di mia scelta, qualcosa di analogo a quello che il XVIII Secolo definiva l'uomo sensibile, a quello che la scuola romantica chiamava l'uomo incompreso e a quello che le famiglie e la massa borghese infamano generalmente con l'epiteto di originale.

Un temperamento nervoso melanconico al tempo stesso favorisce maggiormente le evoluzioni di una simile ebbrezza; aggiungiamo anche una mente colta, esercitata nello studio della forma del colore; un cuore tenero, spossato dall'infelicità, ma ancora pronta rifiorire; giungeremo, se volete, fino al punto di ammettere antiche colpe, eciò che si deve dedurre in una natura facilmente eccitabile, se non vivi rimorsialmeno rimpianto del tempo profanato e malamente occupato.

Il gusto per la metafisica, la conoscenza delle diverse ipotesi filosofiche sul destino umano, non sono certo inutili complementi - non più che questo amore per la virtùuna virtù astratta, stoica mistica, che è enunciato in tutti libri di cui si nutre infanzia moderna, come la più alta vetta verso cui un'anima di valore possa aspirare.

Se si aggiunge a tutto questo una grande raffinatezza dei sensi, che ho messo come condizione supplementare, credo d'aver uniti i più comuni generali elementi dell'uomo sensibile moderno, di ciò che si potrebbe definire la forma banale dell'originalità."

Da "Il poema dell'hashish", p.105


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mercoledì 12 novembre 2014

Zucca grigliata

di Manuela Raganati

Ingredienti per 2 persone: 

  • 1/4 di zucca
  • olio
  • prezzemolo
  • rosmarino
  • peperoncino
  • sale
Halloween è passato ma la zucca è ancora la regina delle ricette di stagione!
Così, ieri sera, mentre vagavo senza idee al market, ho sentito il richiamo di un piatto facile, veloce, originale e gustosissimo: la zucca alla piastra.

Il lavoro più noioso è sicuramente sbucciare l'ortaggio: per fortuna, ho trovato in cucina un coltello ben affilato che mi ha permesso di tagliare più alla svelta. Ho rischiato di affettarmi le dita, ma è stato divertentissimo sperimentare qualcosa di nuovo che vi consiglio assolutamente!

Una volta tagliata a piccoli pezzetti sottili, ho buttato la zucca in una piastra pre-riscaldata lasciandola su fuoco medio per circa dieci minuti, stando però attenta a non bruciare troppo la polpa.

Nell'attesa, confesso che ero affamata, ho sgranocchiato qualche pezzetto di zucca cruda: non ci crederete, è molto fresca e rinfrescante, assomiglia un po' al melone, ma senza essere aspra.

Dopo la cottura, questi condimenti sono perfetti per dare il giusto tocco di personalità alla zucca: aggiungete un po' di olio, sale, prezzemolo, rosmarino e peperoncino.
Mescolate bene e accompagnate con un piatto di pollo alla salsa di soia.

Successo assicurato :)
Se la provate, fatemi sapere!


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domenica 2 novembre 2014

Pasolini, un altro 2 Novembre

La notte del 02 Novembre torna ogni anno a ricordarci la fine del Pasolini Uomo e l'inizio del Pasolini Mito. 

Però rimane sempre tanta amarezza ripensando a quell'ultima notte, alle ultime ore nella sua amata Roma: l'Osteria Biondo Tevere, l'aria umida ma non fredda di inizio Novembre, forse le stelle in cielo, forse il buio in terra. Chissà quali altri progetti, chissà quali altre solitudini, lasciate nell'inchiostro dell'anima, sarebbero stati trasposti in opere e pensieri, passioni e ideologie...

Ed ecco che, come ogni anno, senza rassegnazione, riaffiora la Rabbia per aver perso, in modo così brutale e così ingiusto, una delle personalità più importanti di questa nostra povera Italia. 

La storia di Pasolini finisce così come i tanti "casi irrisolti", con un lungo processo archiviato senza colpevoli, senza responsabili, senza Giustizia. Anche se si è riaperto, non significa che verrà risolto.

Spesso mi chiedo cosa scriverebbe oggi a commento di ciò che accade nel nostro Paese. E stanotte, nella notte del suo trentanovesimo anniversario di morte, mi chiedo: davanti alla ridicola sentenza di ieri per il caso Cucchi, quante pagine di indignazione, critica e riflessione avrebbe scritto il nostro tanto amato e tanto odiato Pier Paolo Pasolini?

"Io so cos'è questo Golpe"
Tratto da Corriere della Sera del 14/11/1974

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato "golpe" (e che in realtà è una serie di "golpe" istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del "vertice" che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di "golpe", sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli "ignoti" autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l'aiuto della Cia (e in second'ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il '68, e in seguito, sempre con l'aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del "referendum".
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l'altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l'organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggio grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero.
Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell'istinto del mio mestiere. Credo che sia difficile che il mio "progetto di romanzo", sia sbagliato, che non abbia cioè attinenza con la realtà, e che i suoi riferimenti a fatti e persone reali siano inesatti. Credo inoltre che molti altri intellettuali e romanzieri sappiano ciò che so io in quanto intellettuale e romanziere. Perché la ricostruzione della verità a proposito di ciò che è successo in Italia dopo il '68 non è poi così difficile.
Tale verità - lo si sente con assoluta precisione - sta dietro una grande quantità di interventi anche giornalistici e politici: cioè non di immaginazione o di finzione come è per sua natura il mio. Ultimo esempio: è chiaro che la verità urgeva, con tutti i suoi nomi, dietro all'editoriale del "Corriere della Sera", del 1° novembre 1974.
Probabilmente i giornalisti e i politici hanno anche delle prove o, almeno, degli indizi.
Ora il problema è questo: i giornalisti e i politici, pur avendo forse delle prove e certamente degli indizi, non fanno i nomi.
A chi dunque compete fare questi nomi? Evidentemente a chi non solo ha il necessario coraggio, ma, insieme, non è compromesso nella pratica col potere, e, inoltre, non ha, per definizione, niente da perdere: cioè un intellettuale.
Un intellettuale dunque potrebbe benissimo fare pubblicamente quei nomi: ma egli non ha né prove né indizi.
Il potere e il mondo che, pur non essendo del potere, tiene rapporti pratici col potere, ha escluso gli intellettuali liberi - proprio per il modo in cui è fatto - dalla possibilità di avere prove ed indizi.
Mi si potrebbe obiettare che io, per esempio, come intellettuale, e inventore di storie, potrei entrare in quel mondo esplicitamente politico (del potere o intorno al potere), compromettermi con esso, e quindi partecipare del diritto ad avere, con una certa alta probabilità, prove ed indizi.
Ma a tale obiezione io risponderei che ciò non è possibile, perché è proprio la ripugnanza ad entrare in un simile mondo politico che si identifica col mio potenziale coraggio intellettuale a dire la verità: cioè a fare i nomi.
Il coraggio intellettuale della verità e la pratica politica sono due cose inconciliabili in Italia. 
All'intellettuale - profondamente e visceralmente disprezzato da tutta la borghesia italiana - si deferisce un mandato falsamente alto e nobile, in realtà servile: quello di dibattere i problemi morali e ideologici.
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martedì 16 settembre 2014

Welcome Home

di Manuela Raganati

Ciao a tutti,

come state?
E' tanto che non scrivo su Bho Blog, anzi è troppo che non scrivo su Bho Blog!
Sento una vocina dentro che si chiede: "C'è nessuno? C'è nessuno?"
Già, in questo momento, e non solo in questo momento, mi sento come una piccola particella di sodio nell'immenso mare della rete. Totalmente fluttuante, senza pretese, né aspettative.
Ma sono contenta di essere tornata a casa!



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mercoledì 5 marzo 2014

300 - L'alba di un nuovo Impero (in anteprima)

di Manuela Raganati

Il film 300 di Zack Sneyder ce lo ricordiamo tutti per le grandi e storiche battaglie riviste in chiave splatter e, diciamolo, noi donne ce lo ricordiamo anche per i memorabili muscolacci degli Spartani contro l'esercito persiano del dio dorato Serse.

Il sequel di Noam Murro 300- L'alba di un nuovo impero arriverà sul grande schermo il 6 Marzo 2014 e stasera me lo sono gustato in anteprima anche per voi!




L'alba di un nuovo Impero colpisce soprattutto per l'utilizzo ormai maturo del 3D, espediente che crea intensità soprattutto nelle scene più cruente, davvero al limite dello splatter... Astenersi deboli di stomaco!

Sangue, sangue in ogni dove! Notevoli e d'effetto le scene delle battaglie navali in alto mare, tra l'esercito persiano guidato dalla perfida Eva Green-Artemisia e l'esercito greco del bell'ateniese Sullivan Stupleton-Temistocle.

Alcuni particolari del film e certe scene fanno perdere ogni credibilità alla ricostruzione storica degli eventi narrati: non c'era dubbio alcuno, d'altronde, che vi potesse essere quslce attinenza con quella Storia Antica studiata ormai tanto tempo fa sui libri e nelle versioni di greco!

300, infatti, è un grande action epico, tratto dalla graphic novel di Fran Miller "Xerses".

Il racconto romanzato del grande popolo greco che in nome della democrazia e della libertà scende a difesa della propria patria, combattendo per mare e per terra, contro un terribile nemico, si unisce al tema delle armi, del sangue e degli scontri tra uomini eroici, quasi al limite dell'umanità. Il risultato è buono soprattutto per le scelte stilistiche.

Nelle scene degli scontri navali, il regista indugia sul paradosso della libertà del popolo greco, che a sua volta schiavizza i propri prigionieri. Insistenti, infatti, sono gli zoom sulle mani affaticate degli schiavi che remano le pesanti triremi.

Altra nota di merito è il sound design: davvero potente il soundtrack durante le battaglie e i momenti che precedono di poco i grandi scontri.

La scena super sensuale - al limite dell'hot - tra Artemisia e Temistocle aggiunge sapientemente quel pizzico di sesso, ingrediente che non fa mai male in film di questo genere. 

Vd. http://www.gqitalia.it/show/cinema/2013/11/300-l-alba-di-un-impero-il-trailer

Consigliato per chi al martedì sera ha bisogno di intonare un peana per affrontare meglio la settimana!


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lunedì 3 marzo 2014

La Grande Bellezza: Roma, Sorrentino, Pasolini. Sguardi urbani

di Manuela Raganati

La Grande Bellezza ha vinto l'Oscar come Miglior Film Straniero, ma questo sicuramente già lo sapete. Condivido di seguito un articolo che ho scritto un po' di tempo fa sulla Roma di Sorrentino e la Roma di Pasolini.

Questo articolo è uscito sulla rivista digitale e-Mood #5 e sul blog della casa editrice GoWare. 
Leggi su EBOOKEXTRA


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Un'altro piccolo pensiero, prima di lasciarvi leggere l'articolo.
Per me il film di Sorrentino vince soprattutto perché Roma è una città che significa Esistenza, Amore, Vita.

La Bellezza nella Città Eterna è viaggiare all'infinito su percorsi già tracciati, su strade già costruite, storie poi distrutte, su parole già scritte e immagini già riprodotte. Le metafore su Roma potrebbero sprecarsi, ma poi ci ritroveremmo come in un salotto borghese di una delle tante terrazze romane che si vedono nel film.

La Bellezza di Roma è autentica e, allo stesso tempo, effimera, è una pulsazione profonda e sotterranea che ti sembra di sentire per la prima volta, camminando sulle sue strade, come un Primo Amore che ti porterai sempre dietro.

Roma, culla dell'umanità, radice più profonda del nostro essere culturale e storico, vince soprattutto perché è cosa nostra, res pubblica. pure degli Ammmericani...

***

Raccontare la Città Eterna è una grande sfida che da sempre gli autori e i registi più audaci, classici e moderni, hanno deciso di affrontare. Scavare in profondità sotto gli innumerevoli strati della città più conturbante del mondo significa diventare archeologi-poeti alla ricerca di verità e vibrazioni senza tempo.
Grazie alla potenza del romanzo e della cinepresa, i luoghi della Città Eterna non sono solo mere ambientazioni degli eventi narrativi o filmici, ma diventano nodi essenziali della struttura, pilastri portanti dell’intera architettura dell’opera, punti di vista critici da dove poter lanciare sguardi e osservazioni nuove.
Spesso così il racconto della città moderna è un interessantissimo viaggio a tappe, alla scoperta del cosiddetto “dark side of the moon”, ovvero del lato oscuro dell’Urbe.
Cosa nasconde Roma dietro la sua proverbiale Bellezza?
grande_bellezza_fmtPaolo Sorrentino, nel film italiano candidato agli Oscar, La grande bellezza, torna a raccontare una Roma, sospesa tra la bellezza intatta del passato e il degrado di un presente in dissoluzione.
All’ombra dei grandi monumenti de La grande bellezza, nella notte della Storia, si cela la stessa città infernale pasoliniana, presente in grandi opere come Alì dagli occhi azzurriRagazzi di vitaUna vita violenta e in film come AccattoneMamma Roma e Uccellacci uccellini.
Se, però, l’inferno di Pasolini sono le borgate e i suoi abitati, per Sorrentino i fantasmi della città eterna e i grotteschi esseri notturni della modernità si nascondono nei salotti della borghesia parassitaria e senza speranza.
Jep Gambardella, il protagonista del film, infatti, è una specie di “cantore supremo, divo disincantato” di un girone dantesco d’alto borgo: intellettuali vuoti, poeti senza voce, attrici cocainomani fallite, imprenditori che fanno del sesso un business e spogliarelliste cinquantenni che amano solo il potere del denaro.
I personaggi di questa Roma decadente abitano una Roma antica, che Paolo Veronesi su La Lettura definisce «magnificente, languida e immortale, la cui struggente bellezza, per l’appunto, appaga fino a stordire».
Uno stordimento che porta inevitabilmente alla dissoluzione, la stessa che scorre nelle vene ferite della Roma pasoliniana. L’enorme lacerazione non solo appartiene all’interiorità dell’autore, ma anche allo stesso tessuto metropolitano.
Nella pluralità infinita del nuovo mondo romano, infatti, si aprono delle fessure, dalle quali Pasolini spia la brulicante vitalità della città, osservando le numerose scene di vita quotidiana. Queste immagini confluiranno, poi, nei suoi romanzi e racconti, sotto forma di indimenticabili e minuziose tranches de vie.
Pasolini scrive di una Roma che sanguina, cioè che straripa di novità dalle sue ferite. In questa immagine, la modernità sembra assumere quelle caratteristiche di liquidità teorizzate, peraltro, molto più tardi, dal sociologo polacco Zygmunt Bauman.
La Roma di Pasolini è bella e in dissoluzione perché in preda al cambiamento del boom economico degli anni Cinquanta, mentre la Roma di Jep Gambardella è ostaggio della noia e dell’accidia della Dolce Vita, viziata dai tempi del benessere e del lusso facile. Antica perché addormentata su se stessa, senza prospettive e senza vitalità.
Sia nella prospettiva pasoliniana che in quella sorrentiniana, Roma è protagonista assoluta, immenso corpo da scoprire e da osservare. Attraverso il lungo viaggio dei protagonisti nella città, si scopre che, ogni luogo di questo immenso spazio è parte essenziale di questo corpo. La continua ricerca di luoghi d’osservazione è funzionale alla creazione di punti di vista sempre nuovi, da cui poter descrivere la città.
Bertrand Westphal in Geocritica. Reale, Finzione, Spazio sostiene che «la costruzione di luoghi si fonda su una relazione vissuta quasi carnalmente con gli spazi che lo scrittore traspone in seguito nell’opera».
Credo, infatti, che per poter riuscire nell’ardua impresa di raccontare una città immensa e contraddittoria come Roma siano necessari una profonda conoscenza dello spazio urbano, un grande esercizio dello sguardo e una raffinata sensibilità poetica, virtuosismi che sia Pasolini che Sorrentino dimostrano ampiamente di padroneggiare.

***
uno_sguardo_urbano_pasolini_400
Pubblichiamo di seguito l’introduzione di Manuela Raganati al suo ebook Lo sguardo urbano di Alì dagli occhi azzurriUn viaggio all’interno della Roma di Pier Paolo Pasolini.
Un affascinante viaggio all’interno della Roma pasoliniana. Grazie a un’innovativa ricostruzione geocritica, la narrativa romana di Pasolini diventa una grande mappa letteraria, per orientarsi alla scoperta dei luoghi della nuova città di Dite.
Disponibile su tutti gli store dove si trovano gli ebook.
»» Scheda dell’ebook
Pier Paolo Pasolini giunge a Roma, in treno, una mattina d’inverno del 1950, dopo aver abbandonato la provincia friulana. La fuga da Casarsa rappresenta una vera e propria avventura verso un nuovo mondo sconosciuto: la città moderna. Lo stretto rapporto che si instaura tra Pier Paolo Pasolini e la grande metropoli dà vita alla narrativa cosiddetta “romana”, che è un insieme complesso di racconti e romanzi, studi e appunti in prosa, nei quali Roma, con i suoi spazi urbani e i suoi abitanti, è l’assoluta protagonista.
Alì dagli occhi azzurri è l’opera di Pasolini che contiene i racconti scritti nei primi anni Cinquanta, subito dopo l’arrivo a Roma, che vennero pubblicati, però, in forma definitiva, solo nel 1965. I testi che ho analizzato comprendono l’arco temporale della primissima fase del periodo romano, ovvero quelli compresi tra il 1950 e il 1954. In questo primo gruppo di testi, posti all’inizio del volume, non solo si trovano molti racconti che anticipano personaggi e atmosfere dei successivi romanzi romani, Ragazzi di vita e Una vita violenta, ma anche interessanti appunti e studi dell’autore, che registrano le sue impressioni sul sottoproletario romano e sugli ambienti più degradati di Roma: le borgate. Ho cercato di descrivere analiticamente questo vero e proprio laboratorio narrativo, nel quale l’autore sperimenta nuove forme narrative e linguistiche e nuove modalità espressive che verranno poi riprese nelle successive produzioni letterarie e cinematografiche, alle quali fa da sfondo la complessa vita moderna di Roma, con tutte le sue grandi contraddizioni storiche, urbane e antropologiche. Lo sguardo urbano di Pasolini, così, restituisce una lettura profonda della città romana. Non si limita a descrivere la realtà urbana che osserva intorno a sé, e che ama spassionatamente, ma, penetrando nei suoi complessi strati, cerca di studiarla e interpretarla con l’occhio critico della ragione. «Prima passione, ma poi ideologia», d’altronde, scrive Pasolini.
L’ottica pasoliniana spesso è così minuziosa nel cogliere gli aspetti della realtà urbana che certi brani narrativi assomigliano ad approfondimenti etnologici o antropologici, pur senza pretendere di fissare criteri scientifici precisi e assoluti sulla Roma degli anni Cinquanta. La città è in preda alla trasformazione: le ricostruzioni postbelliche e i nuovi piani edilizi stanno rimodellando la fisionomia del territorio urbano. Nuove case, palazzi, ponti e strade sembrano risolvere solo apparentemente i problemi della popolazione romana. Essi, invece, rappresentano i poli estremi della contraddizione storica. Infatti, di fronte al restauro moderno dell’arredo urbano, nella capitale governativa, morale del Paese e sede papale del Cattolicesimo, il sottoproletariato urbano vive nella povertà e nell’indigenza più estreme, in case-tuguri e baracche improvvisate, lontane dal centro della città. La sontuosa Roma delle grandi vedute, dei monumenti antichi, del Colosseo e dei Fori imperiali, delle strade del centro, sviluppandosi ed espandendosi all’esterno, verso la periferia, degrada nello squallore della borgata. Tra le due città, quella bella e quella brutta, quella buona e quella cattiva, quella moderna e quella pre-storica vi sono percorsi fisici che mettono in collegamento il Paradiso con l’Inferno. Le strade di Roma, infatti, nell’esperienza urbana dell’autore sono fondamentali. Attraverso il movimento fisico all’interno di esse, egli scopre che la realtà contemporanea è polisemica fino all’ossimoro. La contraddizione e la contaminazione delle forme sono, infatti, le cifre caratteristiche che contrassegnano l’intera opera pasoliniana, costituita da un vasto corpus di poesie, racconti, romanzi, saggi, sceneggiature e opere filmiche.
Il lungo viaggio di Pasolini dentro Roma ricorda per molti aspetti il viaggio infernale di Dante. Roma, nelle descrizioni di questi racconti, assume spesso le terribili connotazioni di una città di Dite del XX secolo. Immagini infernali del paesaggio, figure grottesche, colori cupi, atmosfere noir, rimandi e citazioni dantesche influenzano l’immaginario pasoliniano di questi primi racconti romani di Alì dagli occhi azzurri. L’universo orrendo di Pasolini, inoltre, è caratterizzato dalla sporcizia e dalla dissoluzione, simboli della corruzione e del continuo, metamorfico incedere della società moderna-borghese. La scrittura rabdomantica del narratore-profeta intercetta le forze magiche e oscure, sottese alla modernità, e le convoglia in descrizioni dal potente effetto immaginifico. La pluralità di Roma si complica nello sguardo urbano di Alì dagli occhi azzurri, da una parte, visione registrata dalla disarmante oggettività di alcune descrizioni, dall’altra, immagine visionaria di un mondo onirico e straniante, filtrata da una complessa e contraddittoria soggettività poetica. La città di Dio, luminosa, paradisiaca e inarrivabile, è insediata dall’oltretomba della città infernale: i luoghi del sesso e della morte costituiscono le roccaforti di questo ambiente dis-umano, custodite da figure allegoriche come il Serpente e la Comare Secca. Solo attraverso i luoghi citati dal testo è possibile una ricognizione su questa città labirintica e disorientante. Infatti, essi si stagliano nella pagina con una concretezza impressionante, quasi come se lo spazio fisico di Roma si fondesse nella struttura narrativa dei racconti di Alì dagli occhi azzurri.
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mercoledì 29 gennaio 2014

Nove mesi, sette minuti, tutta la vita. Lettera di un padre: Andrea Melis

Facebook, a volte, ti fa dei regali inaspettati. 
Facebook, a volte, permette di scoprire le voci più profonde degli uomini, grazie al suo potere più grande: la condivisione e la diffusione di "cose belle". 

Quando per caso arrivano a te le profonde parole di un padre innamorato della Vita e della Famiglia, ti commuovi perché non c'è respiro che non valga la pena di essere vissuto: 

Quanto sono profonde le cose lo capisci solo quando ti manca il fiato.

Oggi sul wall di un'amica ho letto questa bellissima lettera di Andrea Melis, pubblicata da Claudia Sarritzu su Globalist.it
Prendetevi 5 minuti per leggere questa "cosa bella" perché "le cose importanti richiedono tempo" e "le cose belle meritano tempo".

Grazie Andrea Melis per aver diffuso questa lettera. 


Photo Credit: Schwangerschaft via Compfight

Le parole non nascono per caso. I nomi non nascono per caso.


Attendere. Quanto sono profonde le cose lo capisci solo quando ti manca il fiato.

Come trascorrere nove mesi ad attendere tua figlia. Dolce attesa. Anche quando è amara. Piena di preoccupazioni, paure, ostacoli, sfide. E' dolce l'arrivo, ma questo lo capisci solo quando lo raggiungi. E' dolce guardare quell'esserino che ti sembra impossibile sia stato davvero per nove mesi dentro quella pancia, e che ha rappresentato il punto di domanda più grande della tua vita.

E poi ti ritrovi con la risposta tra le mani: ricordo il respiro che ti allargava il petto, fragile e invincibile allo stesso tempo, come la vita, Matilde.

I tuoi polmoni che si gonfiavano come un palloncino pronto a scoppiare. Eri nata da un minuto e piangevi con una bolla di saliva in bocca, Matilde. 

Quando ti ho cantato la canzoncina che io e tua madre ti sussurravamo attraverso la pancia, quel miracolo che tanti mi avevano descritto è accaduto davvero: hai smesso di piangere. E il mio cuore si è fermato. Qualcuno ha detto che non contano i respiri che fai nella vita, ma gli attimi in cui ti manca il fiato. Quanto fosse vera e meravigliosa quella frase l'ho scoperta quel giorno: la profondità. Nove mesi passati a guardarti dentro. Un tempo interminabile per chi attende risposte dalla vita. Per chi fino al giorno prima sbuffava davanti a un semaforo rosso, per chi si spazientiva in fila alla cassa di un fast food, o allo sportello di una banca. 

Per chi è cresciuto in quest'epoca che brama la velocità delle connessioni, dei ritmi di vita, dei rapporti umani, nove mesi ad attendere sembravano un tempo irragionevole. Ma la natura si è arroccata, per fortuna, e si tiene stretta almeno la fortezza della vita, e chi se ne frega di tutto il resto. Le cose importanti richiedono tempo. Ecco la cosa che mi hai insegnato ancor prima di nascere: le cose belle meritano tempo. 

Nove mesi contro sette minuti. Quei sette minuti infiniti, quando il tuo cuore ha rallentato troppo, e fuori da quella pancia i medici correvano, c'era agitazione e il mio mondo ha rischiato di crollare. Sette minuti. Ho fatto tanti viaggi nella vita e tanti ancora mi auguro di farne. Ma nessun sarà lungo come quei due metri di corridoio che ho percorso avanti e indietro per chilometri mentre preparavano la sala operatoria. 

"Stiamo iniziando a operare. Appena la stiamo per tirare fuori ti facciamo entrare"

Mai mi ero sentito un viaggiatore così solitario con dentro il cuore la paura di chi azzarda in un colpo solo di giocarsi tutto: la coppia di donne più belle e importanti della sua esistenza. Madre e figlia. Magari il rischio non era scientifico, per i dottori, ma cosa c'è di più vero delle paure nel nostro cuore? Poi finalmente mi hanno detto che potevo entrare. E mi hanno intimato di non guardare il campo operatorio.

Me l'hanno raccomandato tutti. Mi rimbombava in testa. Non guardare mai lì. Ma io ho guardato. E' stata la cosa più tremenda della mia vita ma sono felice di averlo fatto. Perché altrimenti non avrei mai capito cosa vuol dire essere madre. Cosa vuol dire essere figlio. E quindi cosa vuol dire diventare padre. Cosa vuol dire la vita. L'ennesimo abisso che ho toccato in questa avventura, profondo tanto da togliere il fiato, era dentro il ventre aperto di mia moglie. 

Io che giravo la testa davanti a una ferita, e avevo paura di non riuscire a medicare nemmeno il cordone ombelicale, ho tenuto la mano di mia moglie per tutto il tempo, fino all'ultimo punto di sutura, e mi sono inginocchiato a baciarle quel braccio disteso e intubato come davanti a una Madonna in croce. Nove mesi e un istante: per capire che di così grande come la nascita non c'è nient'altro. Solo la morte. E così le due parentesi dell'esistenza per un attimo me le sono trovate accanto, con intorno tutta la scienza dell'uomo, secoli di studi e freddezza, bisturi e visi sconosciuti, e quando ci pensi l'indomani capisci che anche quello è uno dei tanti volti dell'amore, anche se il più truce. 

E poi vedere il trionfo della vita. Con alle spalle tutto quel sangue e quella paura, quando la tua piccola bocca si è poggiata sul seno di tua madre per la prima volta, e le vostre vite si sono intrecciate per sempre, con la leggerezza delle nuvole che si incontrano nel cielo. E il dubbio che io fossi nato al solo scopo di godere di quel momento è diventata una certezza. 

Attendere. Significa anche mantenere fede a una promessa, a un debito. Significa anche dedicarsi, applicarsi in qualcosa. Significa anche volgere l'attenzione, considerare. Fare da attendente. Per tutta la vita saremo genitori di Matilde che oggi ha tre anni ed è una piccola donna.

Ora che la sua vitalità agita la casa e colora le nostre giornate, io vado due volte la settimana ad immergermi nel silenzio del mare, per non perdere il contatto con la profondità.

Rilassati, dice il mio istruttore, pensa a cose belle. 

E io penso a mia figlia.

Che l'altro giorno mi ha detto:

"Papà tu sei uno "Strego"?"

Uno strego non esiste, stavo per rispondere. Esistono solo le Streghe. Al massimo gli "Stregoni". Ma c'era qualcosa che non mi quadrava. Una bugia troppo grande si nascondeva in quel termine maschile, in quell'accrescitivo ingiusto. Un'aurea immeritata di magia e potenza protegge lo Stregone, mentre dietro alla parola Strega c'è solo bruttezza e malvagità. La strega uccide, lo stregone guarisce. Ecco come fin dalle favole ci imbattiamo ancora bambini in modelli culturali distorti e maschilisti. La verità, figlia mia, è che oggi ci sono e come gli Streghi. Anche troppi, che porgono mele avvelenate alle loro donne. Che uccidono, loro dicono per amore, ma l'amore è vita, è libertà. 

L'amore è accettare che le donne sono un dono che ci viene concesso, e che bisogna meritarsi.

E quando non si è all'altezza dell'amore bisogna arrendersi alla loro libertà di scegliere, di abbandonare, di cambiare, di salvarsi, di troncare, di non appartenere, di non essere possedute. Perché alle donne dobbiamo noi stessi. Nel loro grembo risiede la culla della vita, e dal loro ventre si snoda il cordone ombelicale di tutti noi. Non c'è uomo che non debba la propria vita a questo filo di sangue e nutrimento che lo lega a una donna. Non c'è violenza, anche solo verbale, contro una donna, che non sia irriconoscente e delittuosa verso questo legame ancestrale. Dovrebbero lasciarcelo per sempre un pezzetto di cordone ombelicale, per ricordarci da dove ci viene data la vita, prima di osare pensare che dall'universo femminile qualcosa ci sia dovuto oltre il fatto di essere vivi. 

E mi ritrovo a pensare che troppe vite di donne finiscono nel sangue, lo stesso sangue da cui la vita sgorga alla nascita. E mi manca il respiro. Ho fame d'aria, riemergo e mi aggrappo alla superficie del mare.

- Come va? 

Mi chiede il mio istruttore.

"Potrebbe andare meglio", vorrei dire, ma ascolto il suo consiglio: pensa alle cose belle.

Penso a Matilde.

Penso che i nomi non nascano per caso. E tu porti un nome che significa "forza, potenza" e "lotta, battaglia". Fallo in nome di tutte le donne, Matilde, lotta con amore.

Io da uomo, prima che da padre, sarò sempre al tuo fianco.


Andrea Melis* è uno scrittore del collettivo Sabot








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