martedì 12 aprile 2011

Recensione di PARTITA A CALCIO CON PASOLINI di D'Ambrosio Angelillo, Edizioni Acquaviva

In un campo di periferia sospeso tra sogno e realtà, Joseph si ritrova a giocare una partita di calcio con Pier Paolo Pasolini, l’ultima partita di Pasolini. Emerge così un ritratto inedito del famoso autore friulano, colto nella semplice atmosfera della vita quotidiana di una fantomatica Sesto San Giovanni «in piena Venezia Giulia, credo». Il gioco del calcio, infatti, è stata una delle più grandi passioni di Pier Paolo. Enzo Biagi in un’intervista del 4 gennaio 1973, su «La Stampa», gli chiese: “Senza cinema, senza scrivere, che cosa le sarebbe piaciuto diventare?”. Pasolini rispose: “Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno dei grandi piaceri.”

Tra le pagine di questo nuovo libro di D’Ambrosio Angelillo, infatti, è possibile osservare numerose foto di Pasolini calciatore. Esse introducono alla lettura del racconto e rappresentano una vero e proprio accesso diretto agli spalti del sogno di Joseph. Pasolini scrive: «Il sogno di ogni giocatore (condiviso da ogni spettatore) è partire da metà campo, dribblare tutti e segnare. Se, entro i limiti consentiti, si può immaginare nel calcio una cosa sublime, è proprio questa. Ma non succede mai. E’ un sogno». In questo racconto, infatti, la figura dribblante di Pasolini è surreale. Colpisce per la sua atleticità, il suo incedere veloce in avanti e indietro nel campo, da buona «ala sinistra di sfondamento», ma è, allo stesso tempo, una presenza quasi intermittente, che appare e scompare nel campo visivo di Joseph, come se fosse un’apparizione in un sogno. Il personaggio di Pasolini è, infatti, un bravissimo dribblatore: «Faceva finte, scartava di lato e crossava. Alzava la testa e tornava indietro. Era uno dei migliori. Rallentava, si fermava, poi ripartiva a tutta corsa. Prendeva il pallone, se lo alzava a mezz’aria e tirava al volo. Il portiere saltava ma a vuoto. GOL!».

Il calcio è una metafora di vita: una sfida volta a insaccare la palla nella porta è, infatti, come una vita spesa a rincorrere la verità. Il pallone gira, rimbalza, va, viene, esce dal campo proprio come si succedono gli eventi della vita, i fatti, le storie e i giocatori in campo sono gli interpreti del destino, o del caso, come meglio si preferisce. I calciatori furono definiti da Pasolini “podemi”, ovvero delle specie d’unità minime del linguaggio calcistico, “vero e proprio discorso drammatico”. E’interessante notare come, in questo racconto di D’Ambrosio Angelillo, il sistema dei personaggi-“podemi” sia formato proprio da giocatori scapestrati che tanto ricordano i personaggi dei romanzi pasoliniani, soprattutto per i loro nomi: Rigoletto, Pastatoppa, Cornacchia, Braccio di Ferro, Nerone. Dopo una lunga carrellata panoramica che descrive gli attanti e lo spazio della storia, il narratore constata che «Tutti alla fine risultavano decentrati e malinconici», come se nella storia s’imponesse la tipica marginalità dei personaggi pasoliniani.

D’Ambrosio Angelillo, in questo suo pregevole racconto, gioca con Pasolini un calcio fondamentalmente prosastico, ricco di passaggi “geometrici”, frutto della buona organizzazione di uno schema che affida il “GOAL” alla conclusione, per dirla alla Pasolini! E’ una lettura originale e onirica, da assaporare tutta d’un fiato, come se fosse una vera partita, che non si sa come vada a finire. Anche se «La vita non è mai interamente un gioco. […] E quell’uomo non era un uomo qualsiasi, era Pasolini».

(Manuela Raganati)



Per maggiori info su D'Ambrosio Angelillo:



1 commento:

  1. Ho un po' di curiosità per questo autore, il cui blog ho visitato, e i suoi libri. Pensavo acquistarne alcuno a Milano, me ne puoi riccomandare qualque? Così cominci a fare di personal shopper ;) Grazie di cuore. Un abbraccio.

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