domenica 28 novembre 2010

Intervista a Saviano.

Tratto da Una giornata con Saviano: le mie prigioni di velluto
di John Llyod
© «Financial Times»

(Traduzione di Fabio Galimberti per «Il Sole 24 ore» )

Quando era adolescente, Saviano vide suo padre pestato per aver soccorso una vittima della camorra: la «regola» era che quelli bisognava lasciarli morire. Suo padre però mostrava rispetto per gli uomini di potere, e consigliava a suo figlio di essere forte, come i boss della camorra. Forse ha avuto più influenza su di lui un prete anticamorra, don Peppino, a cui Saviano dedica un capitolo in Gomorra e che fu ucciso da coloro che aveva denunciato. Saviano ricorda che il prete gli diceva che chi si opponeva ai clan doveva essere «lì per accusare e testimoniare la parola con la sua unica difesa: dire le cose pubblicamente».


Saviano ha seguito quel consiglio ed è stato questo a dargli la notorietà straordinaria di cui gode. Lui c'è, con forza, in tutto quello che scrive; e c'è ora, con ancora più forza, nel suo programma televisivo. «Credo che scrivere come scrivo io rimane più impresso perché è una narrazione, ed è questo che coinvolge la gente. Non sono solo i fatti a trasmettere la storia. Dev'essere anche letteratura, non solo fatti».





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