giovedì 21 ottobre 2010

Omaggio a... Fernando Pessoa (ovvero il mio oggi)

Dal LIBRO DELL'INQUIETUDINE di Bernardo Soares:

12
(67)

Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso.
Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perchè oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n'è mai stato un altro uguale al mondo. L'identità è solo nella nostra anima (l'identità sentita con se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, essa è una nebbia insufficiente e continua.

Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non esser questo luogo.
Non voglio più vedere questi luoghi, queste abitudini e questi giorni.
Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione.
Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo.Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna,
mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.
La schiavitù è la legge della vita, e non c'è altra legge perchè questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare.
Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù
viene imposta.
L'amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perchè nuova, e la rifiuteremmo) è il vero indizio della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna
o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la mia noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente?
Io stesso, che soffoco dove sono e perchè sono, dove mai respirerei meglio se la malattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano?
Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi liberi, il mare visibile e l'orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto e al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell'angolo o a non scambiar il buongiorno con l'ozioso barbiere.

Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento.

Tutto è noi e noi siamo tutto;
ma a che serve questo, se tutto è niente?

Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un'improvvisa ombra,
una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto,
qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano:
e poi la notte
nella quale emergono senza senso
i geroglifici infranti delle stelle.




3 commenti:

  1. cristo d'iddio perche mai?

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  2. tommaso, vedo che subito hai preso alla lettera lo spirito del loft.
    Ma sai che è un loft? Uno spazio aperto, lobero ma gentile, nella luce e nella forma!

    Ti pare di essere gentile?

    Non temere che non esiste mai davvero "mai". Solo è che siamo, noi uomini, solo un poco idioti...

    Non ti preoccupare, le cose non si aggiustano da sole - però possono essere aggiustate.

    Sogni Belli & Co.

    RispondiElimina
  3. Tommaso/ Giovanni ottima interpretazione dello spirito del loft...

    RispondiElimina

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