giovedì 16 settembre 2010

Prassi o pensiero?

La questione è intricata ma assai semplice.
La questione è: prassi o pensiero?
Il linguaggio arzigogolato del letterato aristocazzico è ormai desueto e poco ascoltato. Le parole del poeta sono solo note armoniche in uno spazio senza tempo.
I sogni di gloria sono solo i soliti feticci lasciati sul comodino dopo essersi svegliati alla mattina presto per...
Per far che?
E qui viene il punto. Si fa per dire, ovviamente, perchè il punto non c'è. Il punto è un segno grafico del tutto astruso: segna un confine astratto tra i pensieri e le parole, ma nella mente, e nella vita, il punto non esiste. Eppure Eliot diceva: "E non chiamatelo fissità,
il luogo dove passato e futuro sono uniti.
Non movimento da né verso,
non ascesa, né declino.
Fuorchè per il punto, il punto fermo,
non ci sarebbe danza e c'è solo danza.
Posso solo dire là noi siamo stati:
ma non so dire dove.
E non so dire per quanto tempo,
perchè questo è collocarlo nel tempo."

Questa è una vaga immagine del punto fermo. Un'affascinante visione del tempo.
Eliot era un maestro a cogliere i segreti del mondo. Io no. Io ancora mi chiedo perchè son qui a scrivere e perchè non dovrei farlo. E cosa dovrei fare al posto di scrivere. La mia passione è il motivo fondamentale per cui non smetto di incastrare parole e immagini. Eppure queste non restituiscono mai un'immagine sincera e schietta della mia persona, tant'è che la sensazione è frustrante a volte, quasi snervante. Eppure quando non scrivo, sento che ho qualcosa da dire a questo mondo.
E non ho più voglia di starmene zitta in un angolo. Ho aperto un blog e ho la possibilità di far leggere i miei pensieri a chi passa fortuitamente di qua.
Quindi io il punto alle mie parole non ce lo metto!
E poi?
E poi ho voglia di tornare a scrivere sulla carta. Tornare alla carta però significa tornare alla vita, la vita vera, quella che Facebook e Messenger sono solo mezzi freddi e asettici per sentire un amico. La vita vera passa attraverso altre cose, altre sensazioni. Passa attraverso immagini irripetibili che una macchina digitale non potrà mai riprodurre. Passa attraverso odori e suoni che sono unici, sono veri.
Il mondo è in divenire, non possiamo fermarlo, immortalarlo. O meglio, possiamo farlo. Il rischio è sentirci immortalati, o nei peggiori dei casi, morti noi stessi.
Triste.
Il contatto con le cose vere è neccessario all'uomo. La tecnologia lo sta allontanando dalla vita del dolore.
In che senso?
Dunque, il dolore è una sensazione strana. Ho letto pochi giorni fa un libro di Medicina orientale. Ivi il dolore è considerato lo stato che precede la guarigione, nel senso che rappresenta il segnale che il corpo sta guarendo. All'inizio l'ho trovato paradossale, ma alla fine, pensandoci su, l'ho trovato geniale.
Provare il dolore è condizione preliminare al benessere. Quindi, il concetto leopardiano del dolore come radice della nostra esistenza sarebbe, anche dal punto di vista fisico, un'illuminante verità. Benissimo. E allora? voi direte...
Allora se ci vien tolta la sensazione della malinconia, della solitudine, della nostalgia, della lontananza, della fine, non è che un giorno ci ritroveremo a dare tutto per scontato, come se tutto fosse oggetto di pura riproduzione tecnica, come se le relazioni siano onnipresenti e le distanze annullate? Come se il bello, la pace, lo star bene siano solo concetti vuoti?
In poche parole, saremo capaci di guardare ancora il mondo senza avere il bisogno di portarcelo nel computer sotto forma di fotografia o video solo per la paura di perdere tempo, di non saperlo apprezzare in quel dato momento?!
Quindi? Prassi o pensiero?
Prassi e poi pensiero. Concretezza e poi lavoro tessile, nel senso di vero e proprio lavoro di intreccio testuale. Narratologia pura. Vita e poi semmai arte.



2 commenti:

  1. prassi o pensiero?

    proooot!

    è luigi!, voleva dirci, -"simultaneità"-nel-sé-!

    alibbabà,
    ieri era venerdì17settembre!

    RispondiElimina

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