venerdì 31 dicembre 2010

LA FINE DI UN DECENNIO

Oggi finisce il 2010, oggi finiscono i primi dieci anni del secolo...
Entrare in un nuovo anno non è così strano come entrare in una nuova
decade! Pensate indietro, riavvolgete il nastro, cercate le cose belle
di questi ultimi dieci anni e capite cosa di bello è successo in questo
tempo che è volato, ma accidenti, dieci anni non sono certo pochi...

Io così su due piedi, mentre mi appresto a festeggiare con amici il
Capodanno, ripenso agli ultimi dieci anni, tornando alle mie immagini
di quando avevo quindici anni. Bhè, ricordo che ero in piena adolescenza
e avevo un sacco di voglia di crescere, avevo ancora il walkman in
cui ascoltavo cassettine mixate da me. Ascoltavo il punk e lo ska.

Al passaggio del millenio, esattamente dieci anni fa, ero a Parigi.
Sotto alla Tour Eiffel ho festeggiato con i miei il 2000, mentre nel mondo
tutti temevano il MILLENIUM BUG! Sugli Champs Elisees pensavo
solo ad una cosa: i NOFX! :-D

In dieci anni ho dato troppi esami: la mia malattia morale!
Esami di maturità, esami di letteratura, di latino, di geografia, di storia
e ci sono uscita letteralmente sceeeeema!
Anche se gli esami non finiscono mai, per ora, posso urlare:
HO FINITOOOOO GLI ESAMIIIIII!!! :-D

In questi ultimi dieci sono entrate e uscite dalla mia vita tantissime
persone: alcune senza chiudere la porta, altre sbattendomela sul grugno,
ad altre non ho risposto al citofono. Ma credo che questa sia la vita.
Quello che più è importante è ricordarsi dei momenti belli che si
è passati insieme agli amici, pensando che tutto prima o poi,
cambia. Solo sorridendo alla vita, però, si può cogliere l'essenziale.

In questi dieci anni, se ci ripenso, la mia vita è cambiata parecchio.
E se ci penso troppo mi viene su un po' di malinconia, ma non credo
sia il momento per rattristirsi. Anzi, spero che il nuovo anno sia
vissuto da tutti voi come un inizio, una rinascita!

Io penso che le persone care che se ne sono andate hanno lasciato
il posto ad altri bambini che hanno ridato speranze e sorrisi.
Credo che la vita sia bella per questo: niente è mai uguale a sempre,
 anche se, a volte, ci si convince del contrario!

Mi rivedo in questi dieci anni: mi vedo crescere e scoprire nuove
parti di me, mi vedo diventare una persona nuova, con tanti difetti
e pochi pregi, ma di quelli che ci sono, bhè, ne vado fiera.

In questi 10 anni le cose del mondo che ricordo immediatamente sono:
il crollo delle Torri Gemelle nel 2001, la vittoria dei Mondiali dell'Italia
nel 2006, l'era infinita del Berlusca, l'altrettanto infinita crisi economica,
il ritorno della mitica Inter e il terremoto dell'Aquila nel 2009.

E voi cosa ricordate? Scrivete nei commenti.

Non mi resta che augurarvi un 2011 pieno di novità e serenità...

Godetevi l'inizio di un nuovo decennio...
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sabato 25 dicembre 2010

Il BHO...BLOG vi augura BUON NATALE

A tutti i miei cari Bho... Bloggers,
auguri di Buon Natale.
Che sia una giornata di serenità e
felicità per tutti!

Manuela Raganati

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venerdì 24 dicembre 2010

Arrivano le feste di Enzo Bianchi

Arrivano le feste, ma con esse anche una domanda sempre più pertinente: siamo ancora capaci di fare festa? Riusciamo ancora a segnare un tempo come festivo, diverso dal feriale quotidiano? E, se e quando ci riusciamo, di cosa abbiamo bisogno per distinguerlo dalle ormai sempre più numerose occasioni che abbiamo per festeggiare, stimolati come siamo da un mercato che ci vuole sempre pronti a consumare tempo e denaro in beni fuori dall’ordinario? Finiamo per credere che ciò che caratterizza la festa debba essere l’eccesso, la ricchezza, il poter spendere per il superfluo, lo stordirci con lo stra-ordinario.

In questo senso il Natale è divenuta la ricorrenza che più di altre mostra la contraddizione in cui ci troviamo e il conseguente paradosso di trovarci in ansia per la festa: siccome ha perso la preziosità che gli derivava del suo essere unica o quasi durante l’anno, ora sembra condannata a distinguersi dalle mille altre feste che ci siamo inventati attraverso un “di più” di tutto: più spese, più regali, più cibi, viaggi più lontani, adunate più affollate...

Eppure, il cuore e la mente ci dicono che per noi la vera festa è fatta di altro, di cose che non si pesano in quantità ma in qualità, che non si misurano in estensione ma in profondità: incontri autentici, momenti di condivisione, equilibri di silenzi e parole, tempo offerto all’altro nella gratuità. Se siamo onesti con noi stessi, il regalo più gradito non è quello che ci sorprende di più per la sua stranezza o per il suo prezzo, bensì quello che più è capace di narrarci il sentimento di chi lo porge. Come non ricordare la povertà dei regali negli anni del dopoguerra o, ancora oggi, in tante famiglie in difficoltà economiche? Eppure bastava e basta così poco per far risplendere il dono più umile: era e rimane sufficiente che il gesto che lo offre sappia al contempo porgere il cuore di chi dona, sappia parlare al cuore di chi riceve.

A Natale, infatti, non dovremmo sorprendere l’altro con l’ostentazione della ricchezza o della stravaganza, né stordirlo con l’eccesso ostentato, bensì stupirlo e confermarlo con l’amore, l’affetto, l’attenzione che non sempre nel quotidiano trovano il tempo e il modo di essere esplicitati. Il piatto più apprezzato a tavola, allora, non sarà quello più esotico o costoso, ma quello che meglio mostra che conosco i gusti di chi mi sta accanto, che so cosa lo rallegra, che cerco solo di dirgli “ti voglio bene”. Del resto, il regalo che più rallegra ciascuno di noi, di qualunque età, non è mai l’ultima trovata di cui tutti parlano o l’ennesima novità straordinaria che nel giro di pochi mesi sarà superata, ma quel semplice oggetto che mi fa capire che chi lo ha scelto ha pensato proprio a me, ha saputo interpretare i miei desideri inespressi, mi ha letto nel cuore.

Tutte cose, queste, che non si comprano in contanti né con carta di credito, anzi: sovente sono beni poveri, sobri, umili, “feriali”, ma che si accendono di novità per la carica di umanità che sappiamo immettervi. E così, a loro volta accendono di semplicità la festa, fanno sentire che quel giorno è diverso, non perché così dice il calendario dei negozi, non perché lo abbiamo ricoperto d’oro, ma perché abbiamo saputo guardare noi stessi, gli altri, la realtà con occhio diverso, con uno sguardo predisposto a scorgere il bene nascosto in chi amiamo, perché abbiamo saputo essere autenticamente noi stessi, desiderosi di amare e di essere amati. Sì, Natale è davvero festa quando l’amore trova spazio e tempo per essere narrato, semplicemente.

Enzo Bianchi

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mercoledì 22 dicembre 2010

Omaggio a...John Donne: The good morrow

The good morrow, from Songs and Sonnets, 1663.

I wonder by my troth, what thou, and I
Did, till we lov'd? were we not wean'd till then?
But suck'd on countrey pleasures, childishly?
Or snorted we in the seven sleepes den?
T'was so; But this, all pleasures fancies bee.
If ever any beauty I did see.
Which I desir'd, and got, t'was but a dream of thee.

And now good morrow to our waking soules,
Which watch not one another out of feare;
For love, all love of other sights controules,
And makes one little room, an every where.
Let sea-discoverers to new worlds have showne,
Let us possess one world, each hath one, and is one.

My face in thine eye, thine in mine appeares,
And true plaine hearts doe in the faces rest,
Where can we finde two better hemispheres
Without sharpe North, without declining West?
What ever dies, was ot mixt eqaully;
If our two loves be one, or, thou and I
Love so alike, that none do slacken, none can die.

Il buongiorno
Mi chiedo, in verità, che cosa tu ed io
facessimo prima di innamorarci?
              non eravamo ancora svezzati?
ci nutrivamo di piaceri campestri, infantilmente?
o dormivamo profondamente nella caverna
               dei sette dormienti?
se era così, allora, tutti i piaceri non sono che
               fantasie.
Se mai ho visto altra bellezza,
che ho desiderato e avuto, non era che un sogno
                di te.

E allora buon giorno alle nostre anime che
               si destano,
che non si guardano l'un l'altra per paura,
perchè l'amore, tutto l'amore di altre visioni
               controlla,
e fa di una piccola stanza, un universo.
Lasciamo che i naviganti vadano verso nuovi mondi,
lasciamo che le mappe mostrino ad altri mondi
               sempre nuovi,
lasciamo che un mondo ci possegga, ciascuno né ha uno,
uno soltanto.

Il mio viso nei tuoi occhi, il tuo nei miei appare
i cuori semplici si manifestano nel viso,
Dove possiamo trovare due migliori emisferi
senza il gelido nord, senza il declinante ovest?
ciò che muore, non era fuso in modo armonioso;
se i nostri due amori non sono che uno,o, tu ed io
ci amiamo in modo così simile, che nessuno
              viene meno, nessuno morirà.     

       
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martedì 21 dicembre 2010

Spettacolo metropolitano in quel di Sesto.

Esco dalla metropolitana di Sesto Marelli,
mi ritrovo davanti ad un inaspettato spettacolo metropolitano.
Il sole delle cinque del pomeriggio nel giorno che precede
il solstizio d'inverno è di un colore quasi artificiale.
I raggi vengono riflessi dalle facciate dei grattacieli
della città postindustriale.
I vetri a specchio degli edifici sono aranciati
da un sole che sembra finto.
All'orizzonte, sulla periferia, spunta un'irreale luna bianca.
La visione di questa Sesto fredda e onirica
è affascinante. Il ghiaccio sulla strada e, ai lati, la neve rendono
questo luogo ancora più lontano dal centro.
Infine, catturo nella mente, dalla calda finestra,
un tramonto offuscato da nubi invernali in cui
intravedo la mia immagine.
Poco più sotto, la gelida ferrovia.

Manuela Raganati.

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martedì 14 dicembre 2010

Il pagliaccio nel cortile

Seduto su uno scoglio in mezzo al mare
un povero pagliaccio
sussurra al vento
la sua tristezza.

Un giorno sedeva in un buio e grigio
cortile e
nessuno lo ha mai capito.

Ed ora erra per
il mondo e ogni sera
si ritrova davanti ad un tramonto
e pensa cosa mai ha sbagliato.

Il mare lo circonda,
le onde lo bagnano,
la salsedine gli sporca la parrucca...

Fissa l'orizzonte
senza trovare
la fine.

Manuela Raganati

from
http://www.dirkvanden.net/images%20by%20dirk.htm
"Sad Clown" - oil on canvas board - 36"x24"
by Dirk Vanden
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giovedì 9 dicembre 2010

Salone del Libro Usato: un libro, una pepita d'oro

Oggi sono stata invitata ad andare al Salone del Libro Usato organizzato dalla Biblioteca di via Senato con il patrocinio della Regione nel Padiglione 1 di FieraMilanoCity.
Non mi aspettavo di trovare così tanti espositori: quattrocento, provenienti da tutta Italia e anche qualcuno dall'estero. Appena sono entrata ho capito che avrei perso la testa con tutti quei vecchi libri!

Ho trovato davvero di tutto: libri di narrativa di primo, secondo, terzo livello; libri per l'infanzia degli anni '30-'40; libri antichi con magnifiche rilegature, libri di carte geografiche di grandi dimensioni; prime edizioni di titoli importantissimi come Il sogno di una cosa, L'odore dell'India, Alì dagli occhi azzurri di Pier Paolo Pasolini e Incontri d'amore di Corrado Alvaro. C'erano libri e riviste d'arte di ogni epoca, stampe a basso prezzo, dischi e fumetti, guide turistiche, cartine stradali, mini-libri e persino cartoline e fotografie antiche.


Un vero e proprio bazar di cultura e arte!

 Passeggiando tra gli stands mi sentivo così piccola, e grande al tempo stesso!
Insomma, tutti quei libri e oggetti culturali sono sopravvissuti al tempo e allo spazio.
Alcuni stands erano specializzati proprio nei fuori catalogo.
Gli oggetti culturali, infatti, proprio come tutti gli altri oggetti,
sono destinati ad un uso ma anche un non-uso.
E persino ad un ri-uso.
Per questi avvicendamenti ciclici, un oggetto culturale
ha una vita potenzialmente infinita.
Certamente, questo è un discorso puramente teorico,
ma credo che una fiera di queste dimensioni e caratteristiche
sia un buon esempio di quella che si identifica come
la grande circolazione degli oggetti culturali.

Insomma, un libro economico negli anni '70 costava 600 lire,
oggi costa 2.50-3 euro.
Ha assunto un nuovo valore, un nuovo interesse?
Quel titolo è ancora ristampato? Quel libro è appartenuto a qualcuno?
A chi? E perchè se n'è disfato?
Oggi perchè compro questo libro invece che un altro?
La miriade dei titoli, dei generi e delle edizioni è disorientante.
Quali sono i criteri allora per riconoscere quali libri sono sopravvissuti al tempo?

Dunque, tutte queste questioni sono state oggetto
di studi critici interessantissimi,
come per esempio La modernità letteraria
di Vittorio Spinazzola.
Quando però ti ritrovi davanti a montagne
di libri ammassati uno sopra all'altro,
senza sapere cosa cerchi e sopratutto senza sapere
cosa troverai, ti senti un po' come un ricercatore di pepite d'oro.
Però, la differenza fondamentale è che
ogni lettore è una persona con gusti e sensibilità diverse
e che ogni libro, in realtà, è una pepita d'oro.

Ho sempre amato i libri per molti motivi: le parole,
le immagini, le copertine,
l'odore della carta, il simbolo della casa editrice,
 le prefazioni, le postfazioni,
le citazioni, le dediche, le dimensioni.
Per tanti altri motivi, per un certo periodo
della mia vita oramai passato, ho odiato i libri.
Spesso hanno causato in me una soggezione incredibile.
Li ho in parte esiliati dalla mia stanza, per questo.
Creavano in me un senso di oppressione.
Oggi mi sono resa conto di quanto essi facciano
parte della mia vita,
di quanto siano sempre stati con me e di quanto mi piacciano.

Proprio qualche giorno fa, raccontavo come mi sono
innamorata della letteratura:
immersa negli scaffali del Libraccio a guardare estasiata
tutti i libri di poesia e narrativa, di critica e
saggistica di grandi e piccoli autori,
di grandi e piccoli editori, di grande e piccolo, piccolissimo prezzo.
Passavo i miei sabato pomeriggio a cercare libri
su Montale perchè a me Montale parlava diretto al cuore.
Oggi ho riprovato quella sensazione, ma ancora più intensamente!
Tutti quei libri, pronti a ripartire per chissà
quale altro magazzino, scaffale o fiera
(oggi, infatti, si chiudeva il Salone del Libro Usato
 inauguratosi il 5 dicembre)
mi hanno fatto ricordare chi sono e perchè ho preso questa strada.

L'anno prossimo non dimenticate di fare visita a questo
Salone perchè se vi piacciono i libri e gli oggetti
 d'intrattenimento culturale, troverete sicuramente
qualcosa da comprarvi e portarvi a casa.
Anzi, saranno proprio loro a trovare voi!

Manuela Raganati
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mercoledì 8 dicembre 2010

La Valchiria cavalca la Scala di Milano.

E' da poco terminata l'attesissima prima della Scala,
come ogni anno, tenutasi nel giorno del Santo Patrono
di Milano. Quest'anno il debutto della stagione
è stato affidato all'opera di Wagner La Valchiria,
diretta dal grande Barenboim che ha esordito
affermando di essere molto preoccupato per la
situazione della cultura nel nostro Paese,
ricordando a tutti l'articolo 9 della Costituzione:
"La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione".

Lo spettacolo è durato all'incirca cinque ore, pause
comprese. Durante il susseguirsi dei tre atti,
il pathos è andato in crescendo, sempre con maggior
forza e impeto. Le scenografie di Enrico Bagnoli
con potenti giochi di luce e nuovi effetti
di video-arte hanno reso lo spettacolo molto più
moderno e avvicente, nonostante la lunghezza dell'opera.
La Valchiria (Die Walküre) è la seconda delle quattro opere
che costituiscono - assieme a L'oro del Reno, Sigfrido e
Il crepuscolo degli dei
- la tetralogia L'anello del Nibelungo, di Richard Wagner.
Gli attori sono stati davvero eccellenti: la bellissima e bravissima
Waltraud Meier, Simon O’Neil nelle vesti dell'eroe Sigmund,
Renè Pape è il terribile Wotan ed infine un'energica Brunilde,
ovvero la Valchiria, è Nina Stemme.
La potenza della sinfonia nasce da un testo molto denso,
ricco di allitterazioni e rime, suoni potenti e ritmi incalzanti.
La bellezza di quest'opera nasce proprio dall'unione
delle note alla poesia.
La storia è complessa: si ispira al famoso poema epico
Nibelungenlied.
L'opera wagneriana risente molto dell'influsso della
tragedia greca: la Necessità governa il mondo
e anche gli dei ne sono soggetti.

Questa Valchiria è stata davvero emozionante e profonda,
chiaro-scura, entra dentro, stravolge ed esce a suon di applausi,
quattordici minuti di applausi!

Per maggiori approfondimenti:
http://www.corriere.it/cultura/speciali/2010/teatro-alla-scala/


Manuela Raganati

fonte:Corriere della sera.it
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lunedì 6 dicembre 2010

Ri- lettura: Buon Natale Signor Piccione

Buongiorno signor Piccione? Ha visto che bel sole quest'oggi?

Oh sì...è proprio una bella giornata...

Lei cosa farà per Natale?

Bhè io credo che me lo passerò a tubare con mia moglie...

Ma davvero? Ma che bella idea...Sa un po' la invidio...

Ma come signorina? Cosa dice? Le sembra un pensiero da fare...?

Bhè no, però a me il giorno di Natale mette strane sensazioni addosso...

Il giorno di Natale è un giorno che si riempie di significati...solo per le persone che ne sanno trovare...

Crede che non lo sappia? E' proprio questo il problema signor Piccione. A me non è dato volare se non con il pensiero, lei invece...

Io vorrei sapere volare con il pensiero, sa signorina?
Io non sono un falco, un'aquila, nè un tenero passero.
Non sono nobile, romantico. Non sono un cantante melodico, nè lirico.
Sono solo un ordinario uccello metropolitano,
sono solo un piccione. Faccio qualche volo,
combino qualche danno e mi ritrovo spesso in compagnia
di altri piccioni uguali a me, in cerca di qualche briciola
da beccare. Non sono mica tanto bello e
sembro un po' aggressivo ma anche stupido.
I bambini qualche volta hanno paura di me.
Ma io sono così, nessuno mi può cambiare...
Non faccio grandi riflessioni, sa, mi annoio a pensare...
Preferisco farmi un volo...Ma poi il massimo che riesco
a raggiungere è il cornicione di un palazzo...

Bhè Signor Piccione non si lamenti, la prego.
Guardare la città dall'alto è incantevole.
In qualsiasi angolo, si scopre un tetto strano e
le forme delle case di notte sembrano scenografie
su un palcoscenico dai riflettori spenti...

Eh sì, lei è proprio una sognatrice...
Ma pensi concretamente a quanto sia fastidioso ripararsi
sotto una tettoia al quinto piano quando piove o nevica...

Ma sì certo che ci penso...ma lei invece pensi a quanto
sia romantico tubare con sua moglie
guardando le luci delle case accese, magari proprio
la notte di Natale, quando l'aria sa di amore puro...

Signorina, cosa c'è che non va?
Perchè preferirebbe un Natale senza pensieri?

Mah Signor Piccione non è che mi sia molto chiaro il motivo preciso.
D'altronde il fatto che ne parli con lei non è un sintomo di lucidità.
Non crede?! Però il Natale per me racchiude tanti sentimenti che non tutti
capiscono. Ho cercato di esprimerli spesso ma non ho mai trovato il canale
giusto per farmi capire dagli altri. D'altronde poi bisognerebbe condividere il mio stesso spirito natalizio e questo non è scontato pretenderlo...

Ah bhè! Signorina, se cerca appoggio in me, si può certo scordare di convincermi sul fatto che sia una festa ancora genuina e sentita da tutti.
Ma si guardi intorno, signorina!
Sono tutti indaffarati a cercare di riempire le tavole e
di procurarsi sollazzi speciali senza neanche saperne il perchè...
Anche chi le sta accanto non fa diversamente, purtroppo...
E lei da grande forse farà lo stesso…no?
Eppure, eppure...Nessuno è migliore o peggiore dell'altro, anzi...
Però signorina non è volando via che troverà conforto alla sua malinconia,
mi creda. Anzi, da lassù, dai cornicioni che dominano la città,
si sente tutto, ma proprio tutto e ogni voce arriva
a consolare le mie baritonali sofferenze
ma con un'intensità crudele che mi fa desiderare spesso
di lasciarmi cadere giù...
Una volta è successo, sa signorina...Non lo sa quasi nessuno...
Era notte ed ero terribilmente triste e solo.
Era la vigilia di Natale, giustappunto e
io non sapevo con chi passarla.
Fu un attimo, il cornicione è così piccolo
quando non si sa dove andare.
Mi buttai e sentii che attraversavo velocemente l'aria,
così velocemente
che mi pentii e cambiai idea subito...
Pochi metri prima di toccare l'asfalto,
battei le mie ali e mi risollevai.
Signorina, lei ha il pensiero per volare,
lei vola con le sue stesse passioni,
con i suoi sentimenti e con le sue energie.
Non si faccia portare giù
proprio da esse ma voli ancora più in alto,
più in alto di un cornicione.

Già...Buon Natale signor Piccione...

Buon Natale Signorina...

Manuela Raganati


Per la foto si ringrazia Fotoreporter 2007

http://www.flickr.com/photos/12403715@N04/1553525190/?addedcomment=1#comment72157622816061637
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domenica 28 novembre 2010

Intervista a Saviano.

Tratto da Una giornata con Saviano: le mie prigioni di velluto
di John Llyod
© «Financial Times»

(Traduzione di Fabio Galimberti per «Il Sole 24 ore» )

Quando era adolescente, Saviano vide suo padre pestato per aver soccorso una vittima della camorra: la «regola» era che quelli bisognava lasciarli morire. Suo padre però mostrava rispetto per gli uomini di potere, e consigliava a suo figlio di essere forte, come i boss della camorra. Forse ha avuto più influenza su di lui un prete anticamorra, don Peppino, a cui Saviano dedica un capitolo in Gomorra e che fu ucciso da coloro che aveva denunciato. Saviano ricorda che il prete gli diceva che chi si opponeva ai clan doveva essere «lì per accusare e testimoniare la parola con la sua unica difesa: dire le cose pubblicamente».


Saviano ha seguito quel consiglio ed è stato questo a dargli la notorietà straordinaria di cui gode. Lui c'è, con forza, in tutto quello che scrive; e c'è ora, con ancora più forza, nel suo programma televisivo. «Credo che scrivere come scrivo io rimane più impresso perché è una narrazione, ed è questo che coinvolge la gente. Non sono solo i fatti a trasmettere la storia. Dev'essere anche letteratura, non solo fatti».



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sabato 27 novembre 2010

Omaggio a... Friedrich Nietzsche

AL SUD

Così io dunque sto sopra un ramo
curvo, e cullo la mia stanchezza.
Un uccello m'invitò a casa sua,
è in un nido d'uccello che mi riposo.

Il mare bianco si è addormentato,
una vela di porpora lo solca.
O torri, fichi, porti e dirupi,
idilli ovunque e belare di greggi-
innocenza del sud, prendimi in te!

Passo passo- che vita sarebbe?
Prima un piede poi l'altro fa tedesco.
Pregai il vento di levarmi in alto,
imparai a librarmi con gli uccelli-
volai a sud, attraversai il mare.

La ragione? Che penoso affare!
Porta alla meta in men che non si dica!
Capii volando quel che m'ingannava-
Già sento ardire, sangue e freschi succhi
per una nuova vita, un nuovo gioco...

Pensar da soli, quest'è certo saggio,
ma cantar soli- sarebbe sciocco!
Dunque udite il mio canto in vostra lode
e mettetevi zitti intorno a me,
voi malvagi uccellini, fate cerchio!

così giovani e falsi, così scaltri
voi mi sembrate fatti per amare
e per ogni diletto e passatempo?
Al nord io amavo- devo confessare-
una donnina vecchia a inorridire:
la vecchia si chiamava "Verità"...

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"L'inverno seguente (1882) vivevo vicino a Genova, in quell'insenatura graziosa e quieta di Rapallo, intagliata fra Chiavari e il promontorio di Portofino. Non ero nel miglior stato di salute; l'inverno freddo e oltremodo piovoso; un alberghetto, proprio sulla riva del mare, sicché la notte il mare mosso mi impediva di dormire, tutto questo insieme mi offriva più o meno l'opposto del desiderabile. Ciononostante e quasi a riprova del mio principio, secondo cui tutto ciò che è decisivo nasce 'nonostante tutto', il mio Zarathustra nacque proprio in quell'inverno e in quelle sfavorevoli circostanze - La mattina andavo verso sud, salendo per la splendida strada di Zoagli, in mezzo ai pini, con l'ampia distesa del mare sotto di me; il pomeriggio, tutte le volte che me lo consentiva la salute, facevo il giro di tutta la baia di Santa Margherita, arrivando fin dietro Portofino. Questo luogo e questo paesaggio sono diventati ancora più vicini al mio cuore per il grande amore che l'indimenticabile imperatore tedesco Federico III ha avuto per essi; per caso mi trovavo di nuovo su questa costa nell'autunno 1886, quando egli visitò per la prima volta questo piccolo dimenticato mondo di felicità. - Su queste due strade mi venne incontro tutto il primo Zarathustra, e soprattutto il tipo di Zarathustra stesso: più esattamente, mi assalì…".

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"Per capire questo tipo, bisogna in primo luogo aver chiaro il suo presupposto fisiologico: che è ciò che io chiamo la grande salute. Di questo concetto non saprei dare definizione migliore, più personale di quella che ho già dato in uno dei paragrafi finali del quinto libro della Gaia scienza. "Noi uomini nuovi, senza nome, difficilmente comprensibili, noi figli precoci di un avvenire ancora non verificato, abbiamo anche bisogno di un nuovo mezzo per un nuovo scopo, cioè di una nuova salute, una salute più vigorosa, più scaltrita, più tenace, più temeraria, più gaia di quanto non sia stato fino a oggi ogni salute. Per colui che ha sete nell'anima di percorrere con la sua vita tutto l'orizzonte dei valori e di quanto fu desiderato fino a oggi, che ha sete di circumnavigare tutte le coste di questo ideale 'mediterraneo'… per costui è in rimo luogo necessaria una cosa sola, la grande salute - una salute che non soltanto si possiede, ma che di continuo si conquista e si deve conquistare, poiché sempre di nuovo si sacrifica e si deve sacrificare… E ora, dopo essere stati in cammino così a lungo, noi Argonauti dell'ideale, più coraggiosi, forse, di quanto non lo esigesse la prudenza, dopo che molto spesso incorremmo in naufragi e sciagure - ora è come se a ricompensa di tutto ciò ci apparisse dinanzi agli occhi una terra ancora ignota, di cui nessuno ancora ha misurato con lo sguardo i confini… Come potremmo noi, dopo un simile spettacolo e con una tale voracità di conoscere e di sapere, accontentarci dell'uomo di oggi?"


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La poesia Al sud è tratta dai Canti del Principe Ucceldibosco
in Appendice alla Gaia Scienza, 1887;
Il secondo e il terzo brano sono tratti da Ecce Homo, 1888.
La foto del lungomare di Zoagli è di Marco Scuderi.

Per un ulteriore approfondimento sui Viaggi in Italia di

F.Nietzsche consiglio questo intervento di Lucio Saviani
sul sito Panta rei.

Manuela Raganati

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mercoledì 24 novembre 2010

Vieni via con me: un po' come a messa, di Aldo Grasso

Segnalo questo commento di Aldo Grasso apparso oggi sul sito del Corriere della Sera.
Credo sia interessante perchè offre ulteriori spunti di dibattito.

http://www.corriere.it/spettacoli/10_novembre_24/grasso_fil-di-rete_ddee7b72-f794-11df-9137-00144f02aabc.shtml

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Vieni via con me_ Atto III: quello che le donne dicono

Ieri sera, mentre mi gustavo la terza puntata di Vieni via con me,
ascoltando la cover di Sally cantata da Fiorella Mannoia,
bellissima canzone di Vasco Rossi che non conoscevo
e che mi è arrivata subito al cuore,
mi sono accorta di essere una donna, una donna come tante altre.

Quando sei bambina senti che le cose parlano e sussurrano storie,
quando sei ragazza pensi che vorresti piacere agli altri,
quando sei donna senti che il mondo gira dentro un vortice assurdo.

Sei donna perché sei cresciuta con i tuoi sogni di bambina e
ti ritrovi poi ad essere una bambina che deve fare le cose da grande.
Ti ritrovi immersa in un mare di lacrime, senza sapere perché,
senza sapere quando smetterai.

I sensi di colpa costellano la mente delle donne.
I pensieri e le riflessioni che hanno accompagnato una vita
ad un certo punto, diventano fardelli troppo pesanti
da portarsi in borsetta.
Allora, vorresti sapere che cosa fare
delle innumerevoli pagine di diario
scritte in tutti questi anni,
vorresti capire chi sei veramente e che cosa
hanno preso da te gli altri,
per ritrovarti oggi così vuota.

Vorresti camminare per la strada leggera come Sally,
vorresti aprire gli occhi come lei.


Sally cammina per la strada senza nemmeno
guardare per terra
Sally una donna che non ha più voglia
di fare la guerra
Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa
ti può crollare addosso
Sally già stata punita
per ogni sua distrazione, debolezza
per ogni candida carezza
tanto per non sentire l'amarezza
senti che fuori piove
senti che bel rumore
Sally cammina per la strada sicura
senza pensare a niente
ormai guarda la gente
con aria indifferente
sono lontani quei momenti
quando uno sguardo provocava turbamenti
quando la vita era più facile
e si potevano mangiare anche le fragole
perch la vita un brivido che vola via
tutto un equilibrio sopra la follia
sopra la follia
senti che fuori piove
senti che bel rumore

ma forse Sally proprio questo il senso, il senso
del tuo vagare
forse davvero ci si deve sentire
alla fine un po' male
forse alla fine di questa triste storia
qualcuno troverà il coraggio
per affrontare i sensi di colpa
e cancellarli da questo viaggio
per vivere davvero ogni momento
con ogni suo turbamento
e come se fosse l'ultimo

Sally cammina per la strada leggera
ormai è sera
si accendono le luci dei lampioni
tutta la gente corre a casa davanti alle televisioni
ed un pensiero le passa per la testa


forse la vita non stata tutta persa
forse qualcosa s'è salvato
forse davvero non stato poi tutto sbagliato
forse era giusto così
forse ma forse ma sì
cosa vuoi che ti dica io?
senti che bel rumore


(Vasco Rossi)














Salvador Dalì, Donna alla finestra, 1925
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domenica 21 novembre 2010

Morte a Venezia: la clessidra di sabbia

"Io mi ricordo che c'era una clessidra come questa in casa di mio padre.
La sabbia scorre attraverso un forellino così sottile che all'inizio
sembra che il livello della parte superiore non debba cambiare mai.
Cominciamo ad accorgerci che la sabbia scorre via solo verso la fine.
Ma prima di allora ci vuole tanto che non vale la pena pensarci.
Poi, all'ultimo momento, quando non c'è più tempo, ci si accorge che
è troppo tardi, ci si accorge che è troppo tardi per pensarci..."














(Gustav von Ashenbach, in La morte a Venezia di Luchino Visconti, 1971)
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martedì 16 novembre 2010

Dibattito su Vieni via con me: risposta ad un lettore

Caro Enrico, grazie innanzitutto dell’attenzione e del commento lasciato al precedente post! Mi fa piacere che tu abbia lasciato qui le tue impressioni sul programma Vieni via con me di Fazio e Saviano. Sono contentissima che il BHO…BLOG possa essere anche uno spazio di dibattito e confronto, perché è proprio attraverso il dialogo e lo scambio dei punti di vista che si cresce e, concedimi l’afflato retorico, che cresce il Paese. Inoltre mi dai l’opportunità di ampliare il discorso che ho affrontato nel post.
Detto questo, veniamo al dunque!

Primo punto: la Retorica.
Cito da Wikipedia che, a sua volta, cita da R.Barthes: “La retorica (dal greco ῥητορικὴ τέχνη, rhetorikè téchne, «arte del dire») è l’arte di parlar bene, la disciplina che studia il metodo di composizione dei discorsi, ovvero come organizzare il linguaggio naturale (non simbolico) secondo un criterio per il quale ad una proposizione segua una conclusione. Sotto questo aspetto essa è un metalinguaggio, in quanto cioè un «discorso sul discorso».
Ecco,secondo me, la retorica non è qualcosa che dobbiamo disprezzare a priori, non è sempre un mezzo di cui dobbiamo diffidare, non sempre ci deve mettere in allerta davanti all’oratore che ci parla, come se egli volesse a tutti costi convincerci e obbligarci a sposare la sua idea, o peggio ancora, a comprare un prodotto.
Questo perché?
Cito nuovamente R.Barthes: “Da un lato la retorica studia come organizzare e strutturare un’orazione (parte che potremmo definire “sintagmatica”); dall’altro, essa si occupa anche del cosiddetto ornatus, cioè di tutti quei procedimenti stilistici (figure, tropi, colori in generale) che servono ad ornare il discorso così da renderlo più gradevole e quindi più efficace (parte “paradigmatica”). Dunque, per me la retorica è la componente su cui si fonda tutto il programma di Fazio e Saviano e ciò che ho scritto nel post ‘Saviano: il potere del racconto ’ si ricollega proprio a questa capacità naturale e innata di Saviano a raccontare, assumendo un tono molto recitativo e organizzando le parti del discorso in modo molto efficace e persuasivo. Si, ma che male c’è?
Analizzando i contenuti del programma, io non vedo dove vi possa essere un tentativo di strumentalizzazione del pubblico.
Cito da R.Cardazzo in questo sito http://www.ilcounseling.it/articoli/persuasione.htm : “Se generalmente la persuasione viene vista come un artificio subdolo, essa può benissimo essere vista anche da un lato più accettabile. Nel suo libro L'arte di persuadere, Massimo Piattelli Palmarini propone un'accezione non negativa della persuasione. Egli sostiene che "quando una volontà, un'intenzione, una credenza, o una decisione, devono trasferirsi da una mente a un'altra, allora si devono innescare, sul momento stesso, moti convergenti nell'una e nell'altra", e da qui prende lo spunto per affermare che "per sua natura intima, l'arte della persuasione è un esercizio lieve. Aborrisce i mezzi pesanti. È lecito esercitare un certo ascendente, ma non fare appello al principio di autorità. L'autorità, non a caso, subentra quando la persuasione non basta....il persuadere esclude non solo la minaccia e il ricatto, ma anche mosse sleali come l'appello alla pietà o alla cieca fiducia. Di nuovo, se si deve ricorrere a questi espedienti, significa che la persuasione non basta. La persuasione può tollerare, invece, la lusinga, l'adulazione, il mettere in guardia contro futuri dolori o la suggestione di futuri piaceri, l'ambiguità, il presupposto non detto, la conseguenza non dichiarata".
Dunque la persuasione non è un'opera di convincimento, che si propone di "indurre" qualcuno ad agire contro la propria volontà, facendo leva su meccanismi molto più potenti, nonché lesivi della libertà dell'altro, fino a tollerare la minaccia, il ricatto, il ricorso al senso di colpa, la corruzione, e così via. Si tratta invece di un atto che comporta sempre una scelta, un esercizio di libera volontà, significa, cioè, indurre un cambiamento dell'opinione altrui solo per mezzo di un trasferimento di idee, un passaggio di puri contenuti mentali.
Per concludere con le parole di Piattelli Palmarini, "non si può persuadere uno, che so io, a vedere, a sapere, ad arrivare. Lo si può persuadere, però, rispettivamente, a guardare, a studiare, a partire. Persuadere implica che la persona sia libera non solo di volere, di agire, ma anche di pensare, di credere, di decidere."

Questa è la democrazia: parlare, ascoltare, persuadere, scegliere, dissentire e, perché no, cambiare canale. Credo che Vieni via con me abbia così tanto successo perchè nel programma si dimostra di non aver paura di esprimere le proprie idee e si ricorda a questa Italia che è ancora possibile parlare, anche se hanno fatto di tutto per imbavagliare le critiche a questo governo. Io credo, poi, che le tematiche che sono state scelte da Saviano siano state meritevoli di attenzione e approfondimento, molto più di altre di cui siamo bombardati quotidianamente. Insomma, davanti alla questione della mafia, non c'è retorica che tenga, ahimè.

Secondo punto: l’ossessione della mafia.
Pubblicando il suo Gomorra, Saviano più che celebre, è diventato un mirino della mafia. Io lo ringrazio per la sua 'ossessione', perché oggi siamo tutti a conoscenza di cose che prima non sapevamo. E lo ringrazio perché oggi vive sotto scorta per aver detto quelle verità. Io credo che dovremmo tutti, destra, sinistra, centro, nord, sud, ovest, est, esser grati di ciò che ha detto e scritto il signor Roberto Saviano perché ogni parola che pronuncia sulla mafia, rischia non di fargli perdere audience, ma di fargli perdere la vita.

Terzo punto: Maroni. Ora, se la presunta collusione di certi esponenti leghisti, è stata ritenuta un’accusa infamante, è giusto che Maroni abbia dissentito. Però attenzione! La replica vuole essere televisiva. Anche Maroni non ha querelato Rai 3 o Saviano, ma ha chiesto di intervenire davanti a quel succulento pubblico di 9 milioni di persone. Già, perché persuadere dovrebbe essere un compito anche della politica. Ma spesso i politici fanno un uso strumentale della persuasione, un uso del tutto lontano dall’uso retorico di cui ho parlato prima. Ne è riprova che lo spazio per i discorsi politici sempre di più non è il Parlamento, dove ci si azzuffa e si fanno leggi e leggine per i ricchi e potenti d’Italia, ma la televisione. Il discorso di uno scrittore in televisione prende gli applausi o i fischi del pubblico, fa alzare lo share, fa discutere, dibattere, riflettere, (come d'altronde, stiam facendo noi adesso qui)ma quello di un politico è chiaramente finalizzato a prendere voti, a consolidare un potere, a far tacere le critiche che forse, forse non sono proprio campate in aria. Infatti leggo dal Corriere della Sera, la replica di Saviano:«Sono stupito e allarmato dalle parole del ministro Maroni. Non capisco di quali infamie parli. Temo che abbia visto un'altra trasmissione» ha detto Saviano. «Lo invito a rivederla e riascoltarla: io ho parlato solo di fatti, frutto di un'inchiesta giudiziaria dell'Antimafia di Milano e Reggio Calabria sul nuovo assetto della 'Ndrangheta e sulla sua presenza culturale, politica ed economica in Lombardia. Fatti che - ha aggiunto - dovrebbero preoccupare il ministro dell'Interno invece di spingerlo ad accusare chi li denuncia».

Manuela Raganati
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lunedì 15 novembre 2010

Saviano e il potere del racconto

Le storie d'amore hanno un potere speciale:
sono sempre appassionanti, ti incollano all'ascolto
e incuriosiscono l'animo umano, sopratutto quello
più avvezzo alle emozioni.
Quando queste storie sono raccontate da
Roberto Saviano sembrano favole, ma non favole
per bambini, bensì favole per adulti.

E cosa c'è di nuovo nella favola per adulti?
Nella favola per adulti, il narratore è un testimone
di verità, di fatti. La narrazione è una forte
denuncia travestita da racconto pieno di pathos e
incantamento. Queste storie accentrano
l'ascolto del pubblico sui nuclei fondamentali della storia,
rafforzati da potenti immagini evocate attraverso
continue digressioni. E' uno stile retorico del tutto
efficace perchè permette di informare il pubblico
in modo appassionante e coinvolgente,
accompagnandolo all'interno di questioni molto
complesse e a volte inavvicinabili ai più.

Non mi vergogno a dire che stasera ho imparato
finalmente, una volta per tutte, che cosa sia la
mafia in Italia. Non mi vergogno a dire che la
storia di Piero Welbi, fino ad oggi, mi era poco
chiara. Lo ammetto, è ignoranza mia! Però, credo
che in questo mondo e sopratutto in questo Paese
le cose siano sempre date troppo per scontate.
Così spesso si ha fretta di arrivare alle conclusioni,
spesso non si riflette sulle premesse.

Roberto Saviano inizia ogni sua denuncia che riguarda
la realtà contemporanea con un bel
"Ora vi racconto una storia di...una storia su...".
Da vero scrittore inizia ogni sua argomentazione
con un invito al pubblico ad entrare insieme a lui
in uno spazio di ricezione rappresentato non solo da
un'esposizione di fatti, analisi e interpretazioni
ma anche, e forse sopratutto, da un momento di
emozioni e sentimenti insiti in chiare e profonde
parole. Insomma, Saviano invita i telespettatori
ad entrare in una sorta di spazio letterario.
I monologhi di Saviano creano magia attorno
ad argomenti come la macchina del fango, il Risorgimento,
la mafia o l'eutanasia. Non essendo questi temi
propriamente poetici, questa magia sembra nascere
dalla stessa carica evocativa delle narrazioni di Saviano.
Mentre cita eventi e persone reali, Saviano pensa
già ad essi come fatti e personaggi di una storia
da scrivere o che sarebbe potuta esser scritta
o che potrà esser scritta,
dunque, così ce li presenta: come protagonisti di
romanzi o racconti. E sia chiaro che questo modo
di trattare la realtà per me
è una prerogativa di pochissimi!

La storia d'amore di Mina e Piero è un esempio.
Saviano ci racconta come nasce, dove nasce, come
cresce e con quali terribili difficoltà.
Ma la forza dell'amore può tutto e alla fine
sconfigge anche la morte, tant'è che Piero oggi,
attraverso la voce di Mina, parla ancora.
Questa dell'amore e della morte è una favola
assai antica, quasi senza tempo. Ma quando
si riesce a spiegare la realtà attraverso una
storia dai toni magici,
questa storia ti entra dentro e non se ne va
più
, come dice il buon Saviano per l'appunto.

Concludo con questa citazione che credo che
dopo la puntata di stasera di Vieni via con meabbia ancora più senso:

"Nelle fiabe non si insegna ai bambini che esistono
i draghi, quello lo sanno già...
...si insegna ai bambini che i draghi
si possono sconfiggere. Ed è quello
che fanno scrittori come Saviano.
Non dicono che la mafia c'è,
ma dicono che la mafia può essere sconfitta."

(R.Benigni a "Vieni via con me" dell'8/11/2010 su RAI 3 )

Manuela Raganati
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lunedì 8 novembre 2010

Via, via vieni via con me...

Stasera ho sfiorato la commozione almeno
tre o quattro volte. Quel senso di stretta
alla gola che ad un tratto ti prende e
ti stritola le emozioni dentro e ti fa
capire che dopo tutto, nonostante tutto,
nonostante più di un decennio di berlusconismo,
nonostante le indegne riforme sulla giustizia,
sull'università, sull'emigrazione, i tagli
sulla cultura e nonostante la poca informazione
di un paese che si professa ancora democratico,
insomma, dopo tutto, sei vivo, sei qui e
porca miseria, quei signori lì, quei
grandi uomini che sono lì a metterci la
faccia, il nome e la vita, sono lì a
ricordarci, una volta per tutte, che questa
'cosa è nostra', ma non in quel senso là che
piace tanto ai colletti bianchi o ai
Sandokan, no... La res publica, signori e
signore, la res publica... La cosa di tutti,
la cosa per cui il mio, il tuo, il suo
trisavolo han combattuto, la cosa che ci
riguarda sì sì che ci riguarda... e sai perchè?
Perchè sta cadendo a pezzi e noi con lei...
Simbolo tragico, quanto è vero:
l'armeria dei gladiatori di Pompei,
rimasta intatta per 2000 anni e... puff!Oggi macerie.

Roberto Saviano stasera mi sembrava un oratore
nel foro antico. Ha detto un paio di cose sulla neccessità
di saper distinguere tra accuse e calunnie che mi
ricordavano un passo della Pro Caelio.
Mi ha fatto sorridere pensare che la storia ritorna
anche per ciò che riguarda le strategie di difesa
di chi è potente e ricco. E sporco...
Chi è sporco getta fango addosso agli altri
pur di difendere la propria persona.

La macchina del fango livella,
la macchina del fango pensa che
ci può uniformare tutti insieme nel famoso
grande calderone... Se tutti virtualmente possiamo
essere attaccati nel nostro intimo, se il nostro intimo
vissuto può essere usato contro di noi da qualcuno
più potente di noi,
forse non è che siamo tutti minacciati da una dittatura
da cui dobbiamo al più presto liberarci???

Concludo con le parole di un ragazzo, un uomo che
ha messo davanti alla sua vita, la verità:

Quando sento che le cose mi vanno male...
quando sento, come a tutti capita,
che non ce la fai
che vanno sempre avanti i peggiori...
quando senti come in questa fase in cui
il governo è già caduto...
il governo è già caduto...
ma si ha paura di fare un passo avanti
perchè si ha paura di diventare bersaglio
della macchina del fango...
quando succede questo,
io penso alla forza e il talento di
Giovanni Falcone
che era il talento e la forza di un uomo
che adorava VIVERE...voleva VIVERE...
e sopratutto aveva un principio che lo guidava
era quello di poter esser felice,
solo se lo potevano essere anche gli altri

e che il diritto, e quindi la battaglia alle mafie
di questo meraviglioso e dannoso paese,
è l'unica premessa per la felicità...
è questo che penso nei momenti più difficili...

(Roberto Saviano a Vieni via con me, RAI3- 8.11.2010)

http://www.youtube.com/watch?v=B-aYnTZ6AX8

Manuela Raganati

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venerdì 5 novembre 2010

Ri- lettura: " Dal diario di viaggio:Bali"


8 aprile 2001
Sono sospesa sul mondo,con le nuvole
che mi sostengono in questo lungo volo.
Sul mio orologio sono le 19,30,
e ora sono quasi sopra l’Himalaya
e questo è davvero emozionante.

Sento di aver dimenticato tutto a casa,
di non aver portato niente con me.
Ma la realtà è che non avrei voluto
portare niente con me.

Mancano ancora 5 ore e mezza
all’atterraggio a Bangkok,Thailandia.
Il mio piccolo microcosmo è sempre più lontano.

Bangkok.
Dopo esser scesi dall’aereo,
ci ha investito il caldo orientale.
30 gradi alle 6 del mattino…
L’atmosfera thailandese ci ha avvolto immediatamente,
appena entrati in aeroporto.
Dopo aver passeggiato nell’area commerciale,
siamo arrivati davanti ad una grande vetrata
che dava sulle piste ma soprattutto prestava all’occhio
un’immagine favolosa:
l’alba di quel sole che ogni giorno nasce lì ad oriente
per morire in Occidente. Da sempre.

Era sensazionale essere lì davanti a quel sole,
quasi mi sembrava di conoscerne una parte nuova di esso.
Dopo una lunga corsa intorno al mondo,
finalmente ero riuscita ad afferrarlo.

L’alba di Bangkok.Il sol Levante.
Mentre la sua luce si espandeva,colorando
il mondo con tonalità così tenui da rilassare anche
gli occhi stanchi dei viaggiatori,mi sono accorta che
l’aeroporto a quell’ora era ancora deserto.
Solo una persona era sdraiata
sulla moquette della sala d’attesa.
Non so chi fosse,né ho potuto capirlo:
forse un viaggiatore o forse un semplice squatter della città.
Quel suo volto così espressivo mi ha colpito molto.
L’ho ribattezzato ‘il volto di Bangkok'.
Aveva la carnagione scura,tratti orientali e una casacca color pesca.
Stava dormendo.
La luce dell’alba era così forte che l’ha svegliato,
perciò si è alzato,proprio come si è alzato il sole su Bangkok.

SOL LEVANTE
Il sol levante,
davanti al mio spirito
in cerca di orientali essenze,
la luce nell’anima.

L’alba...
Così presto mai vista
nel mondo.
Mai vista così a est.

E la luce scavò nelle grotte
illuminando un viso,
il volto di Bangkok.
Un secondo sole,
la sua casacca.
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martedì 2 novembre 2010

Pier Paolo Pasolini. Una morte violenta.

Sono passati trentacinque anni dall'omicidio
di Pier Paolo Pasolini.
Scrivere qualche parola a riguardo mi sembra
un dovere.
Ieri sera, mentre tornavo a casa su un
silenziosissimo taxi, guardando le strade
di una Milano allagata dalla pioggia, non
facevo che pensare all'ultima notte di
trentacinque anni fa dell'a me caro scrittore,
quasi come se non se ne fosse ancora
definitivamente andato da questo mondo.
Quella notte sul lungomare di Ostia
fu una morte violenta.

Spesso nelle pagine della sua narrativa
ricorrono immagini e scene cariche di
aspra violenza: dai giochetti sadici dei
Ragazzi di vita, alle rapine di Una vita violenta,
dalle scene di rabbia di madri senza speranza,
ai pugni tra fratelli. Insomma, la violenza
come espressione di un mondo al limite
dell'umanità è uno dei simboli negativi
della Roma pasoliniana.

La città vissuta dall'autore friulano non
si configura affatto come il tipico salotto
letterario dove l'intellettuale borghese
affonda le sue natiche su calde e comode
poltrone di pelle, sorseggiando cultura
e boccheggiando idee come fumo da una sigaretta.
Pasolini scelse un mondo molto lontano
dalla sua abituale esperienza. Per neccessità,
si trovò a vivere in condizioni di povertà
e quindi si trovò a contatto con le persone
e gli ambienti che leggiamo nei suoi romanzi
e nelle sue poesie, ma che anche vediamo nei
suoi film. Scelse così di parlare con gli
abitanti di quelle strade della periferia,
dimenticate anche da Dio.
Sentì l'urgenza di raccontare quel mondo lontano
dalle istituzioni, dalla storia e dalla morale.
E si sa che per raccontare qualcosa,
prima bisogno osservarlo da vicino.

Pasolini amò quel mondo.
La sua fu una passione nata dalla sintesi di tre
elementi che, a ben pensarci oggi,rappresantarono
l'inizio della sua fine:
l'ideologia, il sentimento e la vita.

L'ideologia per Pasolini non fu solo un programma
di contenuti da seguire, una scaletta di argomenti
da trattare in pubblico o una semplice utopia.
Ideologia per Pasolini fu difesa di una posizione
sempre stabile, sempre chiara, spesso polemica.
Il sentimento d'amore, si sa, per Pasolini
non fu mai un'esperienza di pace interiore.
La sua omosessualità dichiarata fu esperienza
interiore logorante e spesso conflittuale.
L'accettazione degli omosessuali, ricordiamoci,
è un fatto nuovo, recente, se lo è!
La vita, poi, contiene in sè, biologicamente,
la morte. Le immagini descritte dalle sua
voce poetica fanno pensare di esser appartenute
ad una lucida mente critica,
un'anima di certo amante della vita in tutte
le sue più contrastanti sfumature,
in tutte le sue più stridenti contraddizioni.

Vivere al centro di uno scandalo perenne, però,
pur incarnando un costante punto di vista critico
su un mondo in piena trasformazione come
quello del boom economico, della guerra fredda,
dell'avvento della televisione,
non fu esperienza comune agli scrittori nostrani.

Pasolini amò quella vita che la morale borghese
con cui era cresciuto non poteva ammettere,
nè comprendere, troppo chiiusa nei suoi interessi
e valori. Pasolini andò oltre quegli steccati,
si trovò a pascolare nei pratoni della Casilina,
a camminare sui lungoteveri infebbrati
all'autentica ricerca di nuove esperienze di vita.

Ed è così paradossale credere che proprio
da quel mondo che Pasolini tanto amò,
arrivò la sua tragica morte violenta.

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lunedì 1 novembre 2010

Tempi moderni

I pensieri senza senso, i pensieri che non vanno,
quelli che non fanno bene e che nessuno vede.
Le ondate di forme capovolgono il cuscino.
I sensi persi alla ricerca di una via.
Una via che non c'è.
A parlare è una voce profonda più del disgusto,
l'eco si perde nella notte di tempesta.
Il cielo è pesante, un coperchio di ferro
su cui piange qualche divinità implacabile.
I morti non sono sotto terra, i morti siamo noi.

Le campane annunciano la resurrezione di Faust,
il mondo è qui ora, poi chissà.
Una Gretchen muore d'amore,
una coppia di Filemone e Bauci difende il passato,
Mefistofele sogghigna nei volti mascherati
di ognuno di noi.

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martedì 26 ottobre 2010

Roma, la pioggia... a cosa serve la letteratura?

Ho appena finito di leggere un libro che si intitola
Roma, la pioggia...A cosa serve la letteratura? di
R.P. Harrison. E' un libro che ho comprato molto
tempo fa, ancora ai tempi del liceo. L'avevo
trovato per caso negli scaffali del Libraccio,
quando ancora passavo i miei sabato pomeriggio
a cercare interessanti libri di letteratura,
non vedendo l'ora di arrivare all'università
per dedicare tutta me stessa a questo studio.

Però ho sempre avuto il vizio di comprare libri
e non leggerli, meglio, non leggerli subito.
Infatti, questo libro per quanto sembrasse interessante,
non ha mai avuto da me molta considerazione in tutti
questi anni. E il tempo è passato,
tanto tempo è passato.

Sabato mattina ho iniziato a leggere questo
libro dalla copertina viola su un treno
regionale per Venezia. Un viaggio strano,
un viaggio di evasione da cosa o da chi non so.
Forse solo una ricerca di spazio per meglio
prendere la rincorsa prima di volare, ecco...

La lettura di questo libro mi ha rapita subito.
Mi ha completamente incollato alle pagine,
distogliendomi da una delle cose che più
amo fare: guardare fuori dal finestrino mentre
il treno corre veloce! Avrò guardato
il paesaggio soltanto un paio di volte in tre ore
per poi ritrovarmi sul bellissimo ponte che
attraversa la laguna prima della stazione di
Santa Lucia.

Mi è piaciuto un sacco perchè tratta
argomenti interessanti come la dipendenza dal fumo,
la libertà, l'arte, la letteratura, la morte,
la vita, l'amore, l'amicizia. E' un lungo dialogo
tra un giovane laureando in Lettere, il poeta
Leonard Ash e il signor Owler, un personaggio molto
indefinito, che sembra a volte incarnare
la grande coscienza storica e letteraria della
nostra umanità, a volte lo Zeitgeist della nostra
società, altre volte un semplice osservatore obiettivo
e lucidamente arguto.
I due passeggiando per le strade di una Roma pensosa
e piovosa si scambiano idee e punti di vista diversi
su questioni interessanti.
Ne escono riflessioni profonde che completano
lo sguardo del letterato e che toccano tematiche
tipicamente moderne. Il libro è stato edito presso
Garzanti nel 1995. L'autore è un professore di
Letteratura Italiana all'Università di Standford.

E' strano quando i libri ti portano proprio dove
vorresti arrivare tu e altrettanto strano è
quando i libri arrivano nello stesso luogo in
cui stai lavorando tu. Questo pomeriggio mi son
trovata incredula a scuotere la testa,
ripetendomi: "Non è possibile!".

Oggi ho davvero pensato a quanto siano
imprevedibili le strade del destino, a quanti
infiniti intrecci creino le vie che
si percorrono o che si percorreranno.
Quando scopro queste verità nascoste,
quando queste piccole epifanie folgorano
la vita di sempre,
mi sento piena di speranza e fiduciosa
in quello che sto facendo.

Riporto solo un breve brano dal testo citato:

Camminando mi chiesi di nuovo com'era possibile che,
avendo scelto di passare la mia vita a studiare e
insegnare letteratura, non mi fossi mai chiesto a
che cosa la letteratura serva. C'era voluto Owler:
mi aveva costretto a rispondere, e lo avevo fatto
in modo inadeguato. Ma chi è che fa domande del genere?
Non certo qualcuno che trova una risposta nel fatto
stesso di leggere.
La letteratura non riflette la nostra umanità.
Trova le parole in cui ci troviamo. In cui ci troviamo
riflessi? No, in cui ci troviamo al di là di noi stessi,
in disaccordo con le parole che rivolgiamo al mondo,
oscenamente nominato.
Se la realtà è l'unico mondo che esiste, c'è di che
diventare pazzi, di che immolarsi.
La letteratura è la voce delle cose invisibili.
Infantile?
Forse, ma di un infantilismo che parla in nome di
quanto nel mondo ci stupisce.
Owler sapeva che quel che stavo dicendo, o quel che
cercavo di dire senza riuscirci veramente-
che in un mondo la cui intenzione o il cui effetto è
sottrarci la voce che dice la nostra presenza in esso,
solo la letteratura può aiutarci a tornare loquaci.




(deviantart.com)

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Bombacarta
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giovedì 21 ottobre 2010

Omaggio a... Fernando Pessoa (ovvero il mio oggi)

Dal LIBRO DELL'INQUIETUDINE di Bernardo Soares:

12
(67)

Questa è una giornata nella quale mi pesa, come un ingresso in carcere, la monotonia di tutto. Ma la monotonia di tutto non è altro che la monotonia di me stesso.
Ciascun volto, anche lo stesso che abbiamo visto ieri, oggi è un altro, perchè oggi non è ieri. Ogni giorno è il giorno che è, e non ce n'è mai stato un altro uguale al mondo. L'identità è solo nella nostra anima (l'identità sentita con se stessa, anche se falsa), attraverso la quale tutto si somiglia e si semplifica. Il mondo è cose staccate e spigoli distinti; ma se siamo miopi, essa è una nebbia insufficiente e continua.

Il mio desiderio è fuggire. Fuggire da ciò che conosco, fuggire da ciò che è mio, fuggire da ciò che amo. Desidero partire: non verso le Indie impossibili o verso le grandi isole a Sud di tutto, ma verso un luogo qualsiasi, villaggio o eremo, che possegga la virtù di non esser questo luogo.
Non voglio più vedere questi luoghi, queste abitudini e questi giorni.
Voglio riposarmi, da estraneo, dalla mia organica simulazione.
Voglio sentire il sonno che arriva come vita e non come riposo.Una capanna in riva al mare, perfino una grotta sul fianco rugoso di una montagna,
mi può dare questo. Purtroppo soltanto la mia volontà non me lo può dare.
La schiavitù è la legge della vita, e non c'è altra legge perchè questa deve compiersi, senza possibile rivolta o rifugio da trovare.
Certuni nascono schiavi, altri diventano schiavi, ad altri ancora la schiavitù
viene imposta.
L'amore codardo che tutti noi proviamo per la libertà (libertà che, se la conoscessimo, troveremmo strana perchè nuova, e la rifiuteremmo) è il vero indizio della nostra schiavitù. Io stesso, che ho appena detto che desidererei una capanna
o una grotta per essere libero dalla noia di tutto, che poi è la noia che provo per me, oserei forse andare in quella capanna o in quella grotta consapevole che, dato che la mia noia mi appartiene, essa sarebbe sempre presente?
Io stesso, che soffoco dove sono e perchè sono, dove mai respirerei meglio se la malattia è nei miei polmoni e non nelle cose che mi circondano?
Io stesso, che ardentemente sogno il sole puro e i campi liberi, il mare visibile e l'orizzonte largo, chissà se mi adatterei al letto e al cibo o a non dover scendere otto rampe di scale per arrivare alla strada o a non entrare nella tabaccheria dell'angolo o a non scambiar il buongiorno con l'ozioso barbiere.

Quello che ci circonda diventa parte di noi stessi, si infiltra in noi nella sensazione della carne e della vita e, quale bava del grande Ragno, ci unisce in modo sottile a ciò che è prossimo, imprigionandoci in un letto lieve di morte lenta dove dondoliamo al vento.

Tutto è noi e noi siamo tutto;
ma a che serve questo, se tutto è niente?

Un raggio di sole, una nuvola il cui passaggio è rivelato da un'improvvisa ombra,
una brezza che si leva, il silenzio che segue quando essa cessa, qualche volto,
qualche voce, il riso casuale fra le voci che parlano:
e poi la notte
nella quale emergono senza senso
i geroglifici infranti delle stelle.


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giovedì 14 ottobre 2010

Ode alla cipolla di Pablo Neruda

Dedicata a chi non si toglie facilmente di dosso un pensiero
o un'idea o una persona...

Ode alla cipolla

Cipolla
luminosa ampolla,
petalo su petalo
s’è formata la tua bellezza
squame di cristallo t’hanno accresciuta
e nel segreto della terra buia
s’è arrotondato il tuo ventre di rugiada.
Sotto la terra
è avvenuto il miracolo
e quando è apparso
il tuo lento germoglio verde,
e sono nate
le tue foglie come spade nell’ orto,
la terra ha accumulato i suoi beni
mostrando la tua nuda trasparenza,
e come con Afrodite il mare remoto
copiò la magnolia
per formare i seni,
la terra così ti ha fatto,
cipolla,
chiara come un pianeta,
e destinata a splendere
costellazione fissa,
rotonda rosa d’ acqua,
sulla
mensa
della povera gente.
Generosa
sciogli
il tuo globo di freschezza
nella consumazione
bruciante nella pentola,
e la balza di cristallo
al calore acceso dell’ olio
si trasforma in arricciata piuma d’oro.

Ricorderò anche come feconda
la tua influenza l’ amore dell’ insalata
e sembra che il cielo contribuisca
dandoti forma fine di grandine
a celebrare la tua luminosità tritata
sugli emisferi di un pomodoro
Ma alla portata
delle mani del popolo,
innaffiata con olio,
spolverata
con un po’ di sale,
ammazzi la fame
del bracciante nel duro cammino.

Stella dei poveri,
fata madrina
avvolta
in delicata
carta,esci dal suolo,
eterna,intatta,pura,
come semenza d’astro,
e quando ti taglia
il coltello in cucina
sgorga l’ unica lacrima
senza pena.
Ci hai fatto piangere senza affliggerci.

Tutto quel che esiste ho celebrato,cipolla,
ma per me tu sei
più bella di un uccello
dalle piume accecanti,
ai miei occhi sei
globo celeste, coppa di platino,
danza immobile
di anemone innevato

e vive la fragranza della terra
nella tua natura cristallina.

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venerdì 8 ottobre 2010

Ri-dichiarazioni...

NIENTE AL MONDO

E’ PIU’ BELLO CHE SCRIVERE.

ANCHE MALE.

ANCHE IN MODO DA FAR RIDERE

LA GENTE.

L’UNICA COSA CHE SO FARE

E’ QUESTA.

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giovedì 7 ottobre 2010

Ciao Sarah

"Ecco gli amabili resti cresciuti intorno alla mia assenza, quei legami talvolta tenui, talvolta frutto di grandi sacrifici, ma per lo più magnifici, che si formarono dopo la mia scomparsa"

Non ce la faccio, scusate,
non ce la faccio proprio a starmene zitta...
Lo so che di fronte a certe cose
non ci sono e non ci dovrebbero essere
parole di commento,
se non profonda riflessione e rispetto.
Ma sono davvero turbata
dalla notizia del ritrovamento del cadavere di Sarah Scazzi.
Io non riesco a mandare giù che una vita si possa distruggere così.
Io non riesco ad accettare.
Profonda rabbia e profondo senso del ribrezzo.
15 anni finiti in un pozzo.

La primavera scorsa ho visto un film di Peter Jackson, intitolatato
AMABILI RESTI.
Ebbene, la storia è molto simile a questa del 'giallo di Avetrana',
o 'giallo di fine estate', come l'han chiamato i giornali,
(peraltro uscita di dubbio gusto).

E' da ieri notte che ripenso alle immagini del film,
tornate a galla dalla memoria,
per triste associazione tematica con questo orribile,
orribile, orribile omicidio.

E' un film straziante, come straziante è questa notizia,
come d'altronde tutte le notizie di cronaca nera.

Sì, ma qui si tratta di una ragazzina vittima di un indefinibile
assassino: suo zio...
Turba ancora di più pensare che queste ripugnanti storie di sangue
e violenza nascano all'interno della cerchia familiare.
Non è la prima, ahimè, non sarà l'ultima. Ma continua a turbarmi.

Ma fatemi esprimere, fatemi gridare:
che schifo. che schifo. che schifo.

Chiedo scusa a tutti per questo intervento, ma pensando a Sarah,
non riesco proprio a togliermi di mente il finale
di Amabili Resti
quando la voce fuori campo di una ragazzina, la protagonista, dice:
"Mi chiamo Salmon, come il pesce, Susie come primo nome,
avevo 14 anni quando fu assassinata il 6 dicembre 1973,
ero qui per un momento e poi me ne sono andata...
Auguro a tutti una felice e lunga vita."


Anche quella, come questa, purtroppo, era una storia vera.
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martedì 5 ottobre 2010

BURIED. SEPOLTO

Sepolto sotto terra. In una cassa di legno.
Cosa e chi lo tirerà fuori da quell'orribile prigione?
BURIED è il nuovo film di Rodrigo Cortés che uscirà nelle sale il 15 ottobre 2010.
Non è di certo un film facile, leggero, spensierato, probabilmente non sarà un film per tutti (astenersi claustrofobici), forse non sbancherà ai botteghini, ma sicuramente non vi lascerà uscire dalle sale senza aver provato emozioni forti.
Vi toglierà il respiro.

L' idea narrativa è davvero geniale: un uomo chiuso in una cassa sotterrata, un cellulare e alcuni altri oggetti. Tutta la trama della storia passa attraverso questi pochissimi 'attanti', per dirla alla Greimas. L'intreccio è un po' assurdo, ma contrasta in modo efficace con il crudo e intenso realismo della claustrofobica agonia di questo eccezionale Ryan Reynolds, che per chi ancora non lo sapesse è il fortunato maritino della bella Scarlett Johansson.

Io durante i primi dieci minuti di film pensavo di avere, da un momento all'altro, una crisi di panico. Durante la visione di questo film è importante sapersi controllare con il processo d'identificazione. Quando poi si entra nella cassa, ci si ambienta in modo sorprendente a questo angusto spazio, vera prigione dei sensi. Il buio è opprimente, corrispettivo oggettivo della mancanza d'aria. L'interprete è davvero bravo a trasmettere emozioni forti attraverso la mimica facciale, probabilmente nella versione in lingua originale, anche attraverso le modulazioni della voce.
E' indubbiamente un film interessante sotto l'aspetto della sperimentazione filmica, un film girato quasi a costo zero e che, vi sembrerà impossibile, essendo interamente girato per 94 minuti in una cassa, ma vi lascerà anche alcuni interessanti spunti sulla nostra società, primo fra tutti: il cinismo.

Link:
http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/10/06/news/buried_film-7780049/?ref=HREC2-10


http://www.repubblica.it/spettacoli-e-cultura/2010/01/25/news/buried-sundance-2068561/

http://www.comingsoon.it/Film/Scheda/Trama/?key=47828&film=Buried-Sepolto



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venerdì 1 ottobre 2010

Omaggio a... Fabio Volo :-D

E crescendo impari che la felicità non e' quella delle grandi cose.
Non e' quella che si insegue a vent'anni, quando, come gladiatori si combatte il mondo per uscirne vittoriosi...
la felicità non e' quella che affanosamente si insegue credendo che l'amore sia tutto o niente,. ..
non e' quella delle emozioni forti che fanno il "botto" e che esplodono fuori con tuoni spettacolari...
la felicità non e' quella di grattacieli da scalare, di sfide da vincere mettendosi continuamente alla prova.

Crescendo impari che la felicità e' fatta di cose piccole ma preziose...
...e impari che il profumo del caffe' al mattino e' un piccolo rituale di felicità, che bastano le note di una canzone, le sensazioni di un libro dai colori che scaldano il cuore, che bastano gli aromi di una cucina, la poesia dei pittori della felicità, che basta il muso del tuo gatto o del tuo cane per sentire una felicità lieve.

E impari che la felicità e' fatta di emozioni in punta di piedi, di piccole esplosioni che in sordina allargano il cuore, che le stelle ti possono commuovere e il sole far brillare gli occhi,
e impari che un campo di girasoli sa illuminarti il volto, che il profumo della primavera ti sveglia dall'inverno, e che sederti a leggere all'ombra di un albero rilassa e libera i pensieri.

E impari che l'amore e' fatto di sensazioni delicate, di piccole scintille allo stomaco, di presenze vicine anche se lontane, e impari che il tempo si dilata e che quei 5 minuti sono preziosi e lunghi più di tante ore,
e impari che basta chiudere gli occhi, accendere i sensi, sfornellare in cucina, leggere una poesia, scrivere su un libro o guardare una foto per annullare il tempo e le distanze ed essere con chi ami.

E impari che sentire una voce al telefono, ricevere un messaggio inaspettato, sono piccolo attimi felici.
E impari ad avere, nel cassetto e nel cuore, sogni piccoli ma preziosi.

E impari che tenere in braccio un bimbo e' una deliziosa felicità.
E impari che i regali più grandi sono quelli che parlano delle persone che ami...
E impari che c'e' felicità anche in quella urgenza di scrivere su un foglio i tuoi pensieri, che c'e' qualcosa di amaramente felice anche nella malinconia.

E impari che nonostante le tue difese,
nonostante il tuo volere o il tuo destino,
in ogni gabbiano che vola c'e' nel cuore un piccolo-grande
Jonathan Livingston.
E impari quanto sia bella e grandiosa la semplicità.

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martedì 28 settembre 2010

Omaggio a... Paul Klee

Tutto ciò che è effimero è solo un simbolo.
Ciò che vediamo è una proposta, una possibilità, un ripiego.
La verità autentica è invisibile.
Nei colori ci colpisce non l'illuminazione, ma la luce stessa.
Luce e ombra: di questo è fatto il mondo della grafica.
La luminosità diffusa e come velata offre più suggestioni
di un giorno pieno di sole.
Lieve strato di nebbia poco prima del sorgere dell'astro.
E' difficile fissare sulla tela questo momento, è così fuggevole.
Deve penetrare nell'anima.
Dato esteriore e visione del mondo
devono diventare tutt'uno.


Paul Klee, 1917

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domenica 26 settembre 2010

Verfremdung

Cercavo di capire quali fossero stati i suoi passi:
ma l'asfalto è duro,
non permette di lasciar tracce.

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martedì 21 settembre 2010

Pensa bene e starai bene

Da "La vita è splendica. Pensieri per ispirare ogni tuo giorno."
di Sri Swami Satchidananda
Macro Edizioni- 2004


Fai quello che puoi e lascia il resto alla Natura.
La Natura dice sempre: "Che sia così". Tu dici:
"Voglio essere una scimmia", e la Natura dice:
"Che sia così". "Voglio essere una persona intelligente",
"Sono molto infelice", "Sono stufo di tutto" e qualsiasi
cosa dici, la Natura dirà sempre: "Che sia così".
Quindi, dipende solo da te.
Se continui ad avere pensieri negativi, la Natura dirà:
"Che sia così". Poichè l'hai desiderato, l'avrai.
Ti rendi conto di come devi stare attento con i tuoi
pensieri? I tuoi pensieri vengono confermati dalla forza
cosmica: "Che sia così".
Questa è la ragione per cui si dice:
"Si diventa quello che si pensa".
Pensa bene e starai bene,
pensa male e starai male.
Dipende tutto dai tuoi pensieri.
Qualche volta non pensi male di te, ma del tuo prossimo,
e cosa succede?
Diventi quel che pensi.
Perchè si dice:" Non vedere il male, non ascoltare il male,
non parlare male?"
Perchè, facendo così, si diventa il male.
Dirai: "Quel tale è cattivo. Perchè non posso pensarlo e
dirlo?". Quella persona potrà anche essere cattiva,
ma tu, pensando alle sue qualità cattive, diventerai cattivo.
Così facendo, non danneggi lui, danneggi te stesso.

Ecco perchè bisogna sempre pensare bene,
pensare bene,
pensare bene
e vedere sempre il bene.

Allena i tuoi occhi a vedere sempre il lato positivo di ogni cosa.











http://www.flickr.com/photos/nonwork/3088454003/in/photostream/

http://www.nonworkers.com/
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domenica 19 settembre 2010

Ri-letture: IL CAPPELLO A TUBA. [Chapter 1]

“Rivoglio gli acquerelli di quando ero piccola!”
esclamò rabbiosamente Matilde, quel giorno.
Un senso di solitudine si alimentava dentro lei,
anche se non riusciva a comprendere da cosa fosse causato
e quando fosse iniziato.
Era insolito vederla arrivare con quel broncio in viso.
Erano mesi che il suo sorriso non smetteva un attimo di splendere.

Matilde, 19 anni, ragazza dai contorni ben marcati:
come un ritratto di Manet, la sua figura si stagliava
nel chiaro-scuro di quel ‘Cafè du Impressionism’,
in cui a quei tempi andavamo ogni pomeriggio.
Lì ci conoscevano tutti e si era creato quel piacevole
clima familiare che solitamente non era facile trovare
nei locali di Milano.
Chiacchieravamo molto e qualche volta finivamo anche a
filosofeggiare, senza arrivare mai ad una certezza.

Matilde era sempre là in mezzo,
con quel suo scialle lilla che dava al suo volto un accento
di velato colore che si mischiava
a quelle gote già rosse per il freddo.

Quel pomeriggio d’autunno, l’aria fresca e il grigiore di Milano
creavano un’atmosfera a dir poco surreale:
era facile, dopo aver guardato il cielo, sentir dentro di sé
un vuoto incolmabile che prendeva forme strane e inspiegabili.
Non c’è da meravigliarsi, in quella città succedeva di tutto,
in quell'epoca!

Aspettavo Matilde per il nostro consueto caffè delle cinque.
Avevo intenzione di parlarle di quel groviglio di amarezza
che faceva da sfondo ai miei ultimi pomeriggi.
Stavo davvero male, avevo bisogno di un po’ d’ascolto.
Speravo che almeno lei potesse ridare un po’ di colore
a quel pomeriggio in bianco e nero.

Lei invece arrivò improvvisamente al tavolino dove ero seduta
con un passo veloce e alquanto nervoso.
Si sfilò la borsetta che teneva a tracolla e,
da quel breve movimento incrociato,
s’intuì che qualcosa dentro la turbava.

Esclamò allora,dopo essersi seduta,quella frase così strana:
“Rivoglio gli acquerelli di quando ero piccola!”
Per un attimo rimasi in silenzio,guardandola negli occhi,senza sapere cosa dire.
Nella mia mente mi chiedevo a cosa potesse riferirsi…


[to be continued...]

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sabato 18 settembre 2010

Invito alla lettura di...

Il BHO...BLOG invita a leggere questo passo dal testo
"Così parlò Zarathustra" di F.Nietzsche, pubblicato dal blog
particellesecondarie.

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giovedì 16 settembre 2010

Prassi o pensiero?

La questione è intricata ma assai semplice.
La questione è: prassi o pensiero?
Il linguaggio arzigogolato del letterato aristocazzico è ormai desueto e poco ascoltato. Le parole del poeta sono solo note armoniche in uno spazio senza tempo.
I sogni di gloria sono solo i soliti feticci lasciati sul comodino dopo essersi svegliati alla mattina presto per...
Per far che?
E qui viene il punto. Si fa per dire, ovviamente, perchè il punto non c'è. Il punto è un segno grafico del tutto astruso: segna un confine astratto tra i pensieri e le parole, ma nella mente, e nella vita, il punto non esiste. Eppure Eliot diceva: "E non chiamatelo fissità,
il luogo dove passato e futuro sono uniti.
Non movimento da né verso,
non ascesa, né declino.
Fuorchè per il punto, il punto fermo,
non ci sarebbe danza e c'è solo danza.
Posso solo dire là noi siamo stati:
ma non so dire dove.
E non so dire per quanto tempo,
perchè questo è collocarlo nel tempo."

Questa è una vaga immagine del punto fermo. Un'affascinante visione del tempo.
Eliot era un maestro a cogliere i segreti del mondo. Io no. Io ancora mi chiedo perchè son qui a scrivere e perchè non dovrei farlo. E cosa dovrei fare al posto di scrivere. La mia passione è il motivo fondamentale per cui non smetto di incastrare parole e immagini. Eppure queste non restituiscono mai un'immagine sincera e schietta della mia persona, tant'è che la sensazione è frustrante a volte, quasi snervante. Eppure quando non scrivo, sento che ho qualcosa da dire a questo mondo.
E non ho più voglia di starmene zitta in un angolo. Ho aperto un blog e ho la possibilità di far leggere i miei pensieri a chi passa fortuitamente di qua.
Quindi io il punto alle mie parole non ce lo metto!
E poi?
E poi ho voglia di tornare a scrivere sulla carta. Tornare alla carta però significa tornare alla vita, la vita vera, quella che Facebook e Messenger sono solo mezzi freddi e asettici per sentire un amico. La vita vera passa attraverso altre cose, altre sensazioni. Passa attraverso immagini irripetibili che una macchina digitale non potrà mai riprodurre. Passa attraverso odori e suoni che sono unici, sono veri.
Il mondo è in divenire, non possiamo fermarlo, immortalarlo. O meglio, possiamo farlo. Il rischio è sentirci immortalati, o nei peggiori dei casi, morti noi stessi.
Triste.
Il contatto con le cose vere è neccessario all'uomo. La tecnologia lo sta allontanando dalla vita del dolore.
In che senso?
Dunque, il dolore è una sensazione strana. Ho letto pochi giorni fa un libro di Medicina orientale. Ivi il dolore è considerato lo stato che precede la guarigione, nel senso che rappresenta il segnale che il corpo sta guarendo. All'inizio l'ho trovato paradossale, ma alla fine, pensandoci su, l'ho trovato geniale.
Provare il dolore è condizione preliminare al benessere. Quindi, il concetto leopardiano del dolore come radice della nostra esistenza sarebbe, anche dal punto di vista fisico, un'illuminante verità. Benissimo. E allora? voi direte...
Allora se ci vien tolta la sensazione della malinconia, della solitudine, della nostalgia, della lontananza, della fine, non è che un giorno ci ritroveremo a dare tutto per scontato, come se tutto fosse oggetto di pura riproduzione tecnica, come se le relazioni siano onnipresenti e le distanze annullate? Come se il bello, la pace, lo star bene siano solo concetti vuoti?
In poche parole, saremo capaci di guardare ancora il mondo senza avere il bisogno di portarcelo nel computer sotto forma di fotografia o video solo per la paura di perdere tempo, di non saperlo apprezzare in quel dato momento?!
Quindi? Prassi o pensiero?
Prassi e poi pensiero. Concretezza e poi lavoro tessile, nel senso di vero e proprio lavoro di intreccio testuale. Narratologia pura. Vita e poi semmai arte.

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