lunedì 28 settembre 2009

Il tabaccaio.

Il mezzo busto di quell'omino piccolo e anziano
aveva rappresentato il compimento di una delle
più grandi trasgressioni compiute contro la mia
famiglia. Quasi ogni giorno, eccetto la domenica,
da quando ebbi 14 anni, varcando le soglie
dell'adoloscenza isterica così come quelle del suo negozio,
quel signore mi vendeva il vizio più stupido
di questo mondo in ridicole scatole sempre
più assomiglianti a casse funebri.
Un sarcastico ammiccamento dell'oggetto sulla fine
che farò!
Quante volte, mi chiedo, sarò entrata in quel
tabaccaio? Vicino a casa, ogni volta che uscivo,
mi ritrovavo, a tu per tu, col viso del tabaccaio,
sempre un po' scuro, nel fiero atteggiamento
dei signori di una certa età, che non ti devono
niente. Mai.
Il semplice, meccanico e iterato scambio di soldi
per un pacchetto di Marlboro Light da 10,
tra me, giovane sbarbatella in via di sviluppo,
e lui, tabaccaio di fiducia di questa zona,
non ci impedì di entrare in confidenza.

Allora, dopo che per un po' di anni,
l'unico scambio di battute fu, tutti i santi giorni,
piovesse, nevicasse o tirasse bufera:"Salve...",
con quell'aria un po' impacciata
tipica dei ragazzini che entrano in tabaccheria
le prime volte, sapendo che stan facendo
qualcosa di trasgressivo,che li fa sentire più grandi,
più fighi, ma nello stesso tempo,
temono di aver alle spalle qualche spia
dell'FBI pagata dai genitori.
"Prego...", mi diceva lui, senza lasciar trasparire
nessun segno di gentilezza o di severo giudizio morale
nei miei confronti, un po' come se non gliene fregasse
assolutamente di vendermi nicotina, seppur fossi così
giovane. Il che mi faceva sentire meno in colpa.
Io: "Malboro Light da 10...", secca, decisa e convinta
della mia scelta, manco avessi firmato un contratto
a vita con la Marlboro.
Rapida operazione di scambio:
passaggio del pacchetto-bara targato Marlboro,
consegna lire e "Grazie e arrivederci!".
Uscita in fretta dal negozio, sfilavo la mia
sigaretta, fuoco e fumo, unico tepore invernale,
mentre me ne andavo a scuola.

Negli anni scoprii che la ragazza che stava a fianco del
tabaccaio, alla ricevitoria dell'Enalotto, era sua figlia.
Si assomigliavano. Ebbe l'iniziale atteggiamento del padre:
entrambi si dimostrarono schivi e indifferenti, quasi non curanti
della mia quotidiana presenza nel negozio.
Adoro queste persone perchè, in certo qual modo,
sono le più difficili da conquistare e da conoscere.
Essi lavoravano sempre nella stessa posizione,
in quel piccolo negozio in cui tutto sapeva
di vecchio, dalle piastrelle a pois marroni,
al mobilio di quarant'anni fa, alle vetrine kitch
in cui erano esposti oggetti kitchissimi per il
fumatore. Tutto era impregnato di quell'odore
che si sentiva nei bar di paese, mentre da una parte
il nonnetto ex alpino sbevazzava un bianchino
alle 11.30 del mattino, dall'altra si annusava
lo zuccheroso e posticcio profumo dell'incarto
di caramelle.

Nel corso della mia vita da fumatrice, divenni grande,
o meglio, rimasi la stessa idiota schiava del fumo,
e senza accorgermene quel negozio divenne una
tappa quotidiana delle mie giornate, e quei
due iniziarono persino ad assumere tratti di
familiarità. Mi resi conto che mi faceva piacere
intrattenermi a scambiare quattro chiacchiere con loro.
Erano gli unici con cui non mi vergognavo
di andare oltre al semplice acquisto.
Chiedevo loro come stavano, raccontavo come
procedevano i miei studi e, prese le mie sigarette,
auguravo loro di passare una buona giornata.

Le strade sono piene di negozi ma
la città non favorisce i rapporti umani.
Esistono ancora ben poche realtà di quartiere,
ancora pochi sono gli appuntamenti quotidiani
coi soliti negozianti, sempre tutti di fretta,
chiusi nelle proprie ansie, non disposti
a fermarsi un secondo per vedere con chi si
a che fare tutti i giorni.
Dietro all'anonimato si nasconde la nostra
meschinità, la nostra piccolezza.
Non da umani, ma da formiche, a volte, ci
comportiamo.

A fine settembre dell'anno scorso andai
in vacanza a Bormio con le mie amiche.
Fumatrici turche anche loro, decidemmo
di farci una capatina a Livigno, il paradiso
fiscale della Valtellina, principalmente per
comprarci una bella stecca di sigarette a
metà prezzo e per almeno un mese, fui a posto.
Fino a quando anche la stecca finì.
(L'esperienza del fumatore con il concetto della
fine è molto frequente;
nonostante questo persiste nel ricercarla,
quasi fosse una morbosità perversa e sadomasochistica.)

Tornai, allora, dopo un mese che non lo facevo più,
a procacciarmi sigarettine,
dal mio rivenditore di fiducia.
Era novembre e sicuramente pioveva,
l'anno scorso, infatti, fu un autunno piovoso e
grigio. Stranamente vidi che qualcosa era cambiato.
Certamente non l'arredamento, non lo stile,
non la disposizione degli oggetti e del banco,
ma la ragazza! Ecco, la ragazza non stava più
là in fondo, ora era suo, il mezzo busto
col quale interagivo.
Fui una delle prime volte che la vidi bene
in faccia. Aveva tratti molto comuni,
resi ancora più anonimi dalla semplicità
con cui si mostrava e si abbigliava.
Capelli e occhi scuri e carnagione molto pallida.
Un semplice incontro di sguardi
mi servì per scorgere un po' di tristezza
e ancora più breve fu l'attimo
in cui mi chiesi perchè
fosse lei lì e non suo padre, ma il tempo
di uscire e accendermi la consueta sigaretta,
e smisi di pensarci.
Ma suo padre non lo vidi mai più,
solo lei a riempire entrambe le posizioni,
quelle della tabaccheria e più in fondo
della ricevitoria, dove ora siede sempre
anche una signora anziana.
La madre della ragazza, vestita sempre di nero,
a volte cuce qualcosa, a volte sembra spaesata,
a volte snocciola pillole di sapere popolare,
ma ormai è sempre in negozio a farsi
passare più in fretta le giornate.

Ieri sera, stavo tornando a casa quando
per la prima volta, ho visto la tabaccaia
e la madre fuori da quel negozio.
La prima volta che la vedevo a figura intera,
attraversava la strada e veniva verso di me
con la madre a braccetto.
Fino all'ultimo, ho cercato di evitare
l'incontro di sguardi, finchè è stato
inevitabile.
Mi è uscita la solita domanda che mi fa piacere
farle: "Come va?!".
E lei, con gli occhi un po' rossi e un'alzata
di spalle mi ha risposto: "Non bene, ma passerà!".



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