sabato 4 aprile 2009

IL CAPPELLO A TUBA [Chapter7]

Matilde era confusionaria,ma sembrava voler farsi trasportare
dalle sue più grandi passioni:
la musica e il cibo.
Amava suonare il violino nelle domeniche mattina
di grande sole quando quella coltre grigiastra milanese
soleva disgregarsi e spogliarsi fino a dissolversi,
lasciando visibile una sorprendente città più viva che mai.

Matilde guardava fuori dalla finestra,
vedeva l’azzurro accecante e si aspettava di trovarmi già
nel parchetto racchiuso in sé stesso,
raccolto in un fazzoletto di verdi aiuole e alberi grandi.
Poco più in là le strade,le macchine,i rumori,
lì una piccola nicchia d’incanto senza tempo,
senza una vera e propria dimensione reale.
Io mi sedevo sull’erba,ascoltavo nelle cuffie del mio vecchio walkman qualche canzone trasmessa alla radio e aspettavo
di veder arrivare Matilde sulla sua bicicletta,con il violino in spalla.
“Buongiorno!”mi diceva sorridendo,guardandosi intorno.
Sapeva apprezzare ciascun giorno della vita
confidando che avrebbe portato sempre qualcosa di speciale
e il suo aspetto rifletteva questa serenità insita in lei.

C’era in mezzo al grande prato una statua di donna,
lasciata nuda al vento primaverile.
Poggiava su un piedistallo quadrato sul quale Matilde
si sedeva e incominciava a suonare il suo dolce violino.
Assorta sulle corde tese dello strumento
sembrava ridar un anelito di vita a quella donna
pietrificata e sola che aveva alle spalle.

E io mi chiedevo sempre come potesse accadere che da corde
così tese potesse espandersi un così lieve suono.
Allora era proprio vero che il mondo
era governato dalla legge degli opposti?

Le mani di Matilde danzavano nell’aria,muovendosi velocemente.
Adoravo guardarla e ascoltare il suono
che si propagava nel venticello di marzo-aprile.
Ma tutto ad un tratto,si bloccava di scatto e mi diceva:
“Ho fame!”.
Quel suo tono allegro sembrava un proseguimento
dell'armoniosa melodia che stava suonando prima di interrompersi.


[to be continued...]


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