giovedì 30 aprile 2009

30 aprile cinque anni dopo

Per favore
vi invito
a rileggere oggi
questo
http://manu-bhoblog.blogspot.com/2009/03/30-aprileun-anno-dopo.html

Questo giorno 30 aprile
ricorre sempre con un sentimento
di amara stranezza perchè
mi riporta indietro
a pensare a quanto sia ingiusta
a volte la vita...
Cose che,per altro,penso
ogni volta che passo davanti a
quel palo di Porta Romana,
sempre più pieno di fiori...

Frasi fatte,lo so.

Ciò che è vero è che
ripenso sempre a questo giorno
con grande emozione.
Tanti sentimenti si mischiano
e tante parole vorrei dire
ma sola una vale per tutte:
RICORDO.

Rimane e rimarrà per me
una data molto importante questa.

Ciao Alessio!

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Pensieri altrui che piacquero...


>
G.Vangi, "Varcare la soglia",1999
(Musei Vaticani)

Ogni estraneo è una parte sconosciuta di noi
che il destino
ci offre...

Ogni incontro è di per sè
portatore di mistero...

Abbiamo una musica in sottofondo.

Abbiamo una strada a senso unico
ma non
a vicolo cieco.

E abbiamo una soglia
che
chiunque può varcare.

(trascritto nel giugno 2006
autore:Anonimo della Galleria Fam.Margini)
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mercoledì 29 aprile 2009

On Life.


On life vuol dire che cammini veloce
per non pensare che stai volando
con i piedi,
perchè quella è
la sensazione di dondolio
che provi ogni volta che
ti giri e te ne vai...
On life è andar veloce
sull'asfalto della città
sentendoti un gabbiano
in cerca di cibo.
On life è non sentire neanche più
il freddo,è esser parte della
lana che avvolge la tua persona
come un pastore errante
dell'Asia...
On life è incontrare
in quel preciso momento e luogo,
per quel preciso motivo,
dopo anni di distanza fisica e mentale,
la persona che volevi incontrare.

On life è voler far leggere "Il Viale"
perchè è il momento di far
uscir dalla gabbietta le tue parole...
On life è un incontro che dura poco,
perchè non avrebbe senso il contrario...
On life è vivere insieme
un momento di passaggio di
una persona importante...
On life è incrociare gli sguardi delle
persone per la strada...
On life è credere in qualcosa...
On life è vedere un nonno
che dà la mano ad un bambino...
On life è aver per un attimo
paura e farsi subito forza.
On life è esser sè stessi
(o quasi)
con una persona che ti piace...
(...)
On life è riuscire a pronunciare
parole che da giorni non volevano
uscire.(...)
On life è la neve sui tetti.
(...)
On life è ricevere conferme
dalle persone a cui vuoi bene.
On life è fumare una sigaretta
sotto casa,insieme a
Gaia appena laureata.
On life è apprezzare che
le persone leggano le tue storie.
E sopratutto che le tue storie
entrino dentro di loro...
On life è scrivere e vivere...
(...)
On life è non cedere
davanti ai propri limiti...
On life è un thè caldo,
in un pomeriggio freddissimo,
come oggi...
On life è sentire tuo nipote
al telefono e sentir la sua vocina
che parla...
On life è esser zia di un Simone
bellissimo!
On life è non aver voglia
di dormire per scrivere tutta
la notte...
On life è festeggiare
la tua migliore amica di sempre!
On life è terminare un percorso inseme.
On life è rendersi conto che il tempo
è passato troppo in fretta...
On life è parlar delle foto del liceo...
On life è dover chiuder qua
per svegliarsi domani mattina!

[da 'Appunti sparsi', 24/11/2008]





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martedì 28 aprile 2009

La zattera della conoscenza.

La conoscenza è una zattera
che ti porta da una riva all'altra.


Indubbiamente a qualcosa può servire,
è utile all'approdo.
Ma una volta che la tanto aspirata riva
è stata raggiunta,
che si fa della zattera?

Dimentica la conoscenza e sarai più libero,
più leggero,nuovamente aspirante
conoscente.
Disfati della zattera per intraprendere
altre conoscenze.
La riva non è solo punto d'arrivo,
ma soprattutto punto di partenza
per nuove esperienze.

Da bambino
t'illudevano che potevi galleggiare
sull'acqua
solo con i braccioli di plastica.
Ma cosa hai provato nel mare azzurro
della tua isola,
quando ti sei sfilato quei supporti
così buffi e ingombranti?

Ricordo che guardavo il fondo
con una maschera subacquea arancione.
Improvvisamente mi son sentita leggera
e galleggiante.Sì! Galleggiavo!
E in quel momento ho dimenticato
cosa fosse imparare a nuotare.
Ormai sapevo nuotare.

(Vorrei ringraziare colui che mi
ha insegnato queste cose,
anche se,a suo dire,
si è subito dimenticato
di questo insegnamento,
come forse farò anch'io
perchè la vita è dura e non sempre
permette di sentirsi leggeri.

Amo chi mi lascia qualcosa alla fine
della giornata.
Amo chi non vuole esser dimenticato
da me.
Amo chi lascia una firma sulle mie
pagine.)


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lunedì 27 aprile 2009

Omaggio a Bruno Munari.Il perfettissimo.


"OSSERVARE A LUNGO,CAPIRE PROFONDAMENTE,
FARE IN UN ATTIMO."


"Quando tutto è arte niente è arte."(da Munari 80)


"Un esempio di forma spontanea è la lampada di maglia Falkland.
Il materiale è un tubo di filanca.
Da molto tempo pensavo all'elasticità come componente formale
di oggetti e un giorno sono andato in una fabbrica di calze
per vedere se mi potevano fare una lampada.
– Noi non facciamo lampade, signore. –
Vedrete che le farete. E così fu." (da Fantasia)






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martedì 21 aprile 2009

Il gioco del gomitolo

Amo la mia casa,quando non c'è nessuno
e si apre al cielo come un ventaglio
azzurro e bianco.
Mi sento così strana e so che
sono momenti che bisogna afferrare e
tenersi stretti al cuore
come morbidi cuscini.

Mi sento un gomitolo di cose dentro...
Lana per fare i maglioni,
da montagna.

Condividere è qualcosa d'importante.
Non è qualcosa che mi viene facile.
Forse perchè ho perso fiducia nelle parole.
Ma questa ultimamente è una scelta poetica.
Mi piace giocare.
Nei giochi ogni parola sbeffeggia l'altra.
Nei giochi parlare non è così
importante quanto giocare...

Vivo questa cosa:il gioco.
E non sottovaluto la cosa,definendola gioco.
Sono un manga,è vero...
La vita nei manga è divertente.
Ed io voglio essere un po' così...

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lunedì 20 aprile 2009

Omaggio a Grazia Deledda.Elias Portolu.


Elias si sentiva triste;non sapeva come cominciare,e si guardava ostinatamente le mani;zio Martinu capì in quale stato d'animo si trovava il suo giovane amico,e cercò di trarlo d'imbarazzo.
"Elias Portolu",disse gravemente,"io so quello che vuoi dirmi.Maddalena è innamorata di te."
"Zitto!",disse l'altro con spavento,mettendogli la mano sul braccio.
"Ogni piccola macchia porta piccole orecchie!"aggiunse tosto,per scusare il suo turbamento.
"Si",rispose con voce grave "il padre della selva",
"ogni piccola macchia,ogni albero,ogni pietro porta orecchie.E che per ciò?Ciò che io ho lassù e che ti dirò lo può ascoltare chiunque,cominciando da Dio che è lassù e terminando nel misero servo.
Maria Maddalena ti ama,tu l'ami;unitevi in Dio,perchè egli vi ha creato uno per l'altra".Elias lo guardava trasognato:ricordava il colloquio avuto con prete Porcheddu,i consigli,gli avvertimenti avuti in quella indimenticabile notte di San Francesco.A chi dare ascolto?
"Ma è la sposa di mio fratello,zio Martinu!".
"E se è la sposa di tuo fratello?Lo ama forse?No.Dunque non è suo e non sarà mai sua secondo le leggi del Signore.Il matrimonio del d'amore è il matrimonio di Dio,quello di convenienza è il matrimonio del diavolo.
Salvati,Elias Portolu,e salva la colomba,come la chiama tuo padre.
Maria Maddalena accettò Pietro perchè glielo imposero,perchè egli aveva grano,perchè aveva orzo,fave,casa,buoi,terre.Il diavolo operava.Ma Dio aveva destinato altrimenti.
Egli ti fece tornare,ti fece incontrare con la ragazza:vi siete visti,vi siete amati,pur sapendo che secondo i pregiudizi degli uomini non potevate nemmeno guardarvi.Non senti tu in questo una forza superiore all'uomo,che gli addita la sua via?Non è la mano di Dio?Pensaci bene,Elias POrtolu:ci pensi,pensato ci hai?".
"E'vero.Ma Pietro è mio fratello".
"Siamo tutti fratelli Elias Portolu.Pietro non è stupido,egli capisce la ragione.Va,digli:"Fratello mio,io amo la tua sposa e lei mi ama;che pensi di fare?Vuoi rendere infelice fratello tuo e quell'altra creatura innocente?".
Elias sentì freddo al solo pensiero di parlar così a suo fratello,e scosse la testa con dolore e con terrore."Mai!Mai!Pietro mi ammazzerebbe,zio Martinu!".
"A mio avviso,tu hai paura".
"Sì,perchè nascondervelo?Ho paura,ma non della morte.E'che anche Maddalena sarebbe perduta,e anche Pietro e tutta la mia famiglia.Ma non è solo questa spina che io ho nel cuore,zio Martinu.E'che io amo mio fratello e non voglio,anche ammesso che egli si rassegni,che sia infelice".
"Pietro potrebbe rassegnarsi più facilmente di te;è un carattere diverso dal tuo.Io capisco i tuoi buoni sentimenti,Elias Portolu,ma non li approvo.Pensa alle conseguenza;ci hai pensato mai?Maddalena ti ama perdutamente,io gliel'ho letto negli occhi.Se tu taci,ella sposerà Pietro,verrà a stare a casa tua,e finirete col perdervi,poichè la natura umana è fragile.Lo senti,ELias POrtolu?Pensato ci hai?La tentazione si vince oggi,si vince domani,ma posdomani finisce col vincere lei,perchè noi non siamo di pietra.Ci hai pensato,Elias Portolu?".
"E'vero,è vero!"disse Elias,con gli occhi pieni di terrore.
Tacquero un momento;intorno a loro il silenzio era intenso,infinito;l'ombra calava sui boschi,il cielo di peonia impallidiva in tenere sfumature di viola...E d'un tratto Elias sentì quella gran pace arcana penetrargli fino al cuore.
"Ma io",disse con voce mutata,"me n'andrò di casa mia".
"Prenderai moglie?Bada che ciò sarà forse peggio".
"No,io non prenderò mai moglie".
"Cosa farai dunque?".
"Mi farò prete.Voi non vi meravigliate,zio Martinu?".
"Io non mi meraviglio di nulla."
"Che cosa dunque mi consigliate? Nel sogno che vi raccoontai,fatto la prima sera del mio ritorno,voi mi consigliavate di farmi prete".
"Una cosa è il sogno,un'altra è la realtà,Elias Portolu.Io non ti sconsiglio se tu hai la vocazione,ma ti dico che neppure ciò ti salverà.
UOMINI SIAMO,ELIAS,UOMINI FRAGILI COME CANNE;pensaci bene".

(da Grazia Deledda,"Elias Portolu",Mondadori,1998)
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domenica 19 aprile 2009

The last day into the wild

11 settembre.
Tutti partiti.Vacanze finite.
Sono rimasta sola anche a casa.

Sette di sera.
Pinne,maschera e nuotata in mare.
Acqua tiepida,limpida,calma,tinta di un
grigio perla che fa vibrare ancor di più
la luce di un tramonto dietro la collina.

Senza nessun pensiero,
mente calma,
ascolto solo il ritmo del mio respiro,
ad ogni pinneggiata
guardo il fondale che cambia.

Vorrei raggiungere Tahiti
ma forse è troppo lunga...Dietro front.
Vado ad esplorare l'altro lato della costa,
quello del pontile.

E'una bellezza indescrivibile.
Il sole esattamente davanti a me
illumina ancora ogni cosa,
con un delicato riverbero,
quasi oro fuso.
I pesci sono parte di esso,parte
di questo tripudio di natura.

Mi sento un pesce che nuota nel branco.
Un'infinità di pescetti microscopici
popola l'acqua,vicino
alle rocce.
Non sono loro a scappare.
Io semplicemente sono lì in mezzo a loro,
come fossero loro stessi acqua.
O come se lo fossi io.

Mi nascondo dietro un masso e osservo uno
squarcio in controluce.Pace.Indicibile pace.

Torno a riva.
Sono in mezzo alla baia, mi trovo in testa
un arcobaleno.
Sono meravigliata...
Dev'essere la prima volta che mi capita
di guardare da dentro il mare
l'arco di luce colorata.

Tavolara,l'arcobaleno,
il grigio perla,l'azzurro,
l'oro fuso,la spiaggia vuota...
finalmente per una volta vuota.

Passeggio avvolta nel mio telo.
I piedi calpestano la riva
come se producesse vita,
come se non fosse mai stata
calpestata prima.
Il sole è calato.

E' ora di tornare,
doccia calda e cenetta in solitario.
Non ricordavo
quanto stessi bene
da sola
qui al mare...

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sabato 18 aprile 2009

L'antico fiore

Nacque una notte,
tra l'erba bagnata
di un orto contadino.

Crebbe poco a poco
nell'eterno
col suo gambo scuro
e le sue foglie
ancora più buie.

Il vento strappò
quel lungo filo
che la legava alla terra.

Ora vaga persa
nell'etere.

I suoi petali di luce
caduti sulla chioma
di verdi alberi,

in qualche notte d'estate
li vedi volare
come lucciole nell'aria.

Oggi è arrivata
in cielo e,
qualche volta,

illumina il sonno
o l'amore.

E lei,
la luna,

per molto tempo ancora
è costretta alla solitudine.




(Luna by Kittie San)
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venerdì 17 aprile 2009

Schiene di nuvole (di P.Ruffili)

Schiene di nuvole
livido rimbalzo
della scia lunare
che,ad ogni assalto,
sembrano svuotare le loro
grotte piene di pensiero.
Cielo nero ebano
blu notte cobalto
cielo del mistero.

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giovedì 16 aprile 2009

La pioggia può portare il buon umore?

Mi chiedo,da un paio di giorni,
se sia possibile che la pioggia possa portare il buon umore...
Anni e anni di meteoropatismo mi han portato
a detestare quei giorni in cui l'umidità
ti si appiccica addosso e non si scolla fino a che spunti,
dopo giorni e giorni,un po' di sole.
Ombrello, pioggia,grigiore, ki-way
(o come diavolo si scrive...):
per anni tutti sinonimi di umore nero!

Ecco che dopo giorni di vera e propria pregustazione
di Primavera..............TRACK!*
Milano risprofonda nel grigio...
Stare dietro alle anomalie del tempo metereologico
di questi tempi diventa un rebus da risolvere...
Oh,non sarà che a causa del buco dell'ozono
oltre che a non esserci più le mezze stagioni,
si siano modificati anche gli stati d'animo legati al tempo???

Certo,non voglio rischiare di generalizzare troppo,
ma insomma la pioggia per antonomasia
ha suggerito sempre uno stato di malinconia depressiva
pericolosa per i cuori deboli...

Ma le gocce di questi giorni sono davvero così poetiche,
le guardo e ne rimango affascinata, quasi portassero
in loro qualcosa di nuovo...
Sento che in questa pioggia c'è un profumo leggero
che assomiglia a quello dei fiori che sbocciano
solitamente in primavera...
E allora non riesco più a trovare il confine
tra la stagione fredda e quella nuova...
Tutto sembra mischiarsi in qualcosa di inaspettato
come se tutti gli elementi stessero unendosi
per dar vita alla primavera.

Le strade bagnate, i lampioni accesi in Festa del Perdono,
lo squarcio del cielo che cattura l'occhio metropolitano
in cerca di punti di fuga...
L'aria pizzica un po' la pelle ma è quella piacevole
sensazione che vorresti che non smettesse mai...
Ogni persona che passa è una pagina che si gira...
come se il vento stesse leggendo un libro antico.


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mercoledì 15 aprile 2009

Ahaaaaaaaaa! (monito del giorno)

AGIRE AGIRE AGIRE
NON PENSARE

LASCIA CHE IL SOLE SPLENDA

AHHAHHAHAHAHAHAHAHAHA
RESPIRA FINO IN FONDO

FAI QUELLO CHE TI PASSA PER LA TESTA
LA NATURALEZZA VINCE SULLA PARANOIA!

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lunedì 13 aprile 2009

Le riflessioni notturne di un osso di seppia

Non so...ma da domani cambio vita...
Sì ancora una volta...
A qualcosa sono serviti questi giorni,questi mesi.
In qualche modo mi han ridato sensazioni
che non provavo da troppo tempo.
E' come riscoprire parti di sè stessi
che sono state dimenticate,
quasi sotterrate da cumuli di sabbia o polvere...
Il tempo...Cosa fa il tempo...!
Il tempo cambia,e ti cambia di nuovo,
ti rende prima inconsapevole di tutte le cose,
poi perfettamente sicuro delle tue certezze
e poi di nuovo ti risbatte là,
come un osso di seppia sulla riva...
Tutto ancora da rifare...
Ma intanto ti senti così diverso da prima.
Riguardi indietro forse per paura di guardare avanti.
Perchè ad un certo punto della vita
tutto incomincia a diventare più grande di te?
E perchè dentro ti senti così incapace
di prenderti per mano e camminare
in avanti sulla tua strada?

Forse perchè non sai a cosa ti condurrà?
Forse ti fermi perchè hai paura di perderti ?

In una selva oscura allora perderai ogni certezza,
sembrerà come perdere qualcuno
in mezzo ad una folla di persone sconosciute
e senza volto, il buio chiuderà ogni spiraglio
di speranza e vagherai per il mondo senza una guida...
"O Dante, Dante, Dante...quanto ti stimai!"

Perchè quando nasci non ti infilano
da qualche parte il foglietto delle istruzioni?
Dite che sarebbe troppo facile?!

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Pasquetta a Milano.


Milano,Pasquetta 2008

Le strade vuote,silenziose,
taciturne.
Poche persone passeggiano senza meta
per Porta Romana in un vento freddo,
da mare forza 8.
Difficile trovare un bar aperto
per farsi un caffè con un'amica,
ma una volta trovato,bhè,non ti puoi aspettare
di scovarci dentro un paio di anzianotti
signori tutti allegri,con le guance arrossate
che cantano,suonano e se la ghignano
bevendo vinello rosso!
Uno spadroneggia al centro della scena.
E' molto imponente ed è fatto proprio
per suonare la fisarmonica,non c'è che dire!
L'altro gli sta poco a fianco,lo segue con lo sguardo,
con il ritmo e quando gli gira strimpella due note di chitarra...
Un terzo assiste,canta,getta occhiate ammicanti
verso di noi che cerchiamo
di parlar dei fatti nostri,come buone milanesi,
fingendo di non stupirci di niente.
Poi però è davvero impossibile
non dar retta a questo trio perchè
la musica è coinvolgente,impedisce di sentirsi.
Allora mi volto verso di loro,un po'spazientita,
e non so perchè,con un sorriso quasi di compassione
come se fossero bambini che giocano in un cortile.
Ad un tratto mi sento in un film.
Mentre continuo a chiedermi chi siano,
la fisarmonica mi chiede una canzone napoletana.
Mi viene in mente "'O sole mio".
E' un momento dedicato a loro che si esibiscono e che cantano allegri!

"Che bella cosa 'na jurnata e'sole/n'aria serena doppo 'na tempesta/Pe'll'aria fresca pare già na festa/Che bella cosa na jurnata e'sole!/Ma n'atu sole/cchiu'bello,oi nè/'O sole mio sta 'nfronte a te!/O'sole o'sole mio sta 'nfronte a te sta 'nfronte a te!".


Ragazzi che scena!
Certe cose non te le aspetteresti mai
di trovarle in giro!Non lo so,mi han colpito perchè
mi sembravano personaggi d'altri tempi,
quasi pittoreschi nel loro genere...
Forse non è stata una Pasquetta molto esaltante,
ma qualche chicca di fine '800
me la sono andata a scovare lo stesso.

"Suona solo per me, o violino tzigano. Forse pensi anche tu a un amore, laggiù ... Suona, suona per me pur se piango per te, oh violino tzigano!"
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domenica 12 aprile 2009

Pasqua 2007


7 Aprile 2007,

La città è deserta,il sole è caldo e la primavera ora è sugli alberi.
Chissà dove sono tutti?
Il silenzioso passo nella strada si confonde al respiro della natura.
Solitudine si sposa a libertà, scappa un sorriso.


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sabato 11 aprile 2009

AMORE DI UNA ROSA ( che non sapeva amare)

Appoggiata ad un freddo muro bianco
giace.
Lungo stelo avvizzito,
petali neri e mesti,
triste guardarla ormai.
Tutta contorta su sè stessa,sembra ancora ansimare:
troppo giovane per amare
troppo giovane per morire.

I ricordi,
non la riportano in vita,
solo la straziano.
E'stata un dono d'amore,
amore non corrisposto.
Simbolo di un addio,
senso di colpa.
Il sangue dei suoi petali
era rosso e
nella notte sfatata,
stonava con il viso
di quella ragazza.

Anche la rosa più
bella
rossa
profumata
perderà
il suo splendore,
uccisa
dall'assenza d'amore.

Non basteranno lacrime
per inaffiarla di vita.
Inerte ,
probabilmente avrà
perso la sua possibilità
d'amare....

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giovedì 9 aprile 2009

whiskingtime


C'è forse qualcosa che percorre il mio corpo, qui seduto,
piegato in due parti, davanti alla televesione?
Quale sentimento percorre le mie viscere...?
Oggi sento che l'umore è amarognolo...Come whisky...
E un bicchierino ci starebbe proprio bene...
Io,una sigaretta e un whiskino...
Le gambe distese su un poggiapiedi di pelle...
La luce che entra dalle finestre,grigia, rende tutto ancora più statico...

Ciò che osservo è solo una foto in bianco e nero,
quasi stessi contemplando il passato,
quasi fossi angosciata da un suo ipotetico ritorno...
Non tornerà, non tornerà, non tornerà niente indietro..
Penso che la solitudine sia così profonda
quando senti che nessuno possa far per te...

A volte mi scopro a pensare all'inutilità di certe cose...
Se penso alle sensazioni belle e brutte provate in questi mesi,
mi viene quasi un certo fastidio...
Non so, ho come la sensazione di essere stata un po' presa in giro...
Dalle cose della vita, da me stessa, dagli altri...
Allora è come se pensassi che tutto sia stato così inutile...


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Squarci di notti romane.(da "Alì dagli occhi azzurri" P.P.PAsolini)

Nelle notti di marzo l'acqua del Tevere ancora non assorbe la luce della migliaia di fanali che da Ponte Milvio si sgranano fino a San Paolo: acqua e luci sono divisi da un leggero strato di freddo.In qualche sera,precocemente tiepida,si intravede quello che sarà il prossimo accordo tra la corrente e i lungoteveri,nella purezza della primavera.
Il paesaggio buio - aria e acqua - punteggiato da luci in interminabili file ricurve,e arabescato dal buio più fitto degli alberi cittadini...e allora,svanito lo strato di freddo,circola tra fiume e fanali un'aria tenuissima,impalpabile,tutta trasformata in odore.
E l'enorme carnaio trafitto dai mille profumi che lo compongono si adagia sui lungoteveri come un gas che avveleni inavvertitamente,d'incanto: e tutti,almeno per un istante,sia pure senza saperlo,vorrebero morire a quel profumo di asfalti lontani (il Pincio,Corso Trieste,la Città Giardino,i quartieri meridionali...),di pattume,di erbe odorose e di pisciatoi.
Allora le rotaie del tram,affondate tra le piccole pietre dure del selciato,acquistano un'espressività muta,dura,tragicamente nostalgica:vedete,lì,la città,una città
coi suoi quartieri nuovi e i suoi pomeriggi in cui il bianco del sole è di una noia mortale:
e tutto pervaso da una normalità che deprime come una leggera febbre di tisico.
Su quelle rotaie dei tram,su quei marciapiedi,su quelle spallette dei lungoteveri infebbrati,su quelle scale che conducono al livello del fiume,coi gradini unti di feci,su quei ponti che si stagliano contro un cielo romano - corrotto e seicentesco,d'un nitore che non è mai puro,grandioso ma non infinito -su quelle aiuole dove l'erba è divorata da uno smeraldo insano,su quegli intonachi invecchiati al sole,che nessuno si curerà mai di ripristinare,come se fossero votati a una desolante eternità,il profumo delle prime notti precocemente primaverili,come un animale ridestato dal caldo,sfoga liberamente i suoi brividi che scoperchiano i cervelli.
Questo meraviglioso soffio,anonimo e infernale,ricostituisce con una fedeltà spietata gli "gli squarci di notti romane" dell'anno passato.----------------[...]

( da PierPaolo PAsolini,"Alì dagli occhi azzurri",Garzanti,Milano,pg.5-6)

Questo è l'incipit dell'opera di Pasolini che probabilmente sarà oggetto della mia tesi...
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mercoledì 8 aprile 2009

Il terremoto di Lisbona. (Dal Candide di Voltaire)

[..]Una metà dei passeggeri, sfiniti, stremati dalle inimmaginabili angosce che il rullio d’un vascello provoca nei nervi e negli umori tutti del corpo agitati in senso opposto, non avevano nemmeno la forza di allarmarsi del pericolo. L’altra metà urlava e pregava; le vele eran strappate, gli alberi spezzati, il vascello squarciato. Chi poteva lavorava, nessuno capiva niente, nessuno comandava. L’anabattista aiutava un poco alla manovra; stava sulla tolda; un marinaio pazzo lo colpisce brutalmente e lo stende sul ponte; ma il contraccolpo fu cosí violento che la scossa lo buttò fuori bordo a testa in giú. Rimase sospeso, uncinato dall’albero spezzato. Il buon Jacques corre in suo soccorso, lo aiuta a risalire e dallo sforzo è precipitato in mare sotto gli occhi del marinaio, che lo lascia perire senza nemmeno degnarsi di guardarlo. Candide s’avvicina, vede il suo benefattore che riappare un momento e per sempre scompare. Vuol buttarsi in mare per soccorrerlo; il filosofo Pangloss glielo impedisce, gli dimostra che la rada di Lisbona è stata creata apposta perché quell’anabattista ci si annegasse. Intanto che glielo dimostra a priori, il vascello si spacca, ogni cosa perisce salvo Pangloss, Candide e il marinaio pazzo che aveva affogato il virtuoso anabattista; quel farabutto nuotò felicemente fino a riva, dove una tavola portò Pangloss e Candide.
Quando si furono un poco rimessi, s’incamminarono verso Lisbona; restava loro qualche soldo, col quale speravano di scampar dalla fame dopo esser scampati alla tempesta.
Hanno appena messo piede in città, piangendo la morte del loro benefattore, ecco che la terra trema sotto i loro piedi; il mare si gonfia spumeggiando nel porto, e spezza le navi ancorate. Turbini di fiamme e cenere coprono strade e pubbliche piazze; crollano le case, i tetti si rovesciano sulle fondamenta, le fondamenta scompaiono; trentamila abitanti di ogni età e sesso son schiacciati sotto le macerie. Il marinaio diceva fischiando e bestemmiando:
"Ci sarà da guadagnare qualche cosa, qui".
"Quale sarà la ragion sufficiente di questo fenomeno?" diceva Pangloss.
"Ecco la fine del mondo!" esclamava Candide.
Il marinaio corre immediatamente in mezzo alle macerie, sfida la morte per cercar denaro, ne trova, se ne impossessa, s’ubriaca, e, dopo aver smaltito la sbornia, compera i favori della prima ragazza di buona volontà che incontra sulle ruine delle case distrutte, in mezzo a morti e moribondi. Frattanto Pangloss lo tirava per la manica.
"Amico," gli diceva "non sta bene, vieni meno alla ragione universale, scegli male il momento".
"Testa e sangue," rispose l’altro "son marinaio, nato a Batavia; quattro volte ho calpestato il crocifisso in quattro viaggi al Giappone, sei cascato bene con la tua ragione universale!".
Alcune schegge di pietra avevan ferito Candide; era steso sulla strada, e coperto di macerie. Diceva a Pangloss:
"Ahimè! procuratemi un po’ di vino e d’olio; muoio".
"Questo terremoto non è cosa nuova," rispose Pangloss: "la città di Lima provò le stesse scosse in America l’anno scorso; identiche cause, identici effetti: certamente c’è una striscia di zolfo sottoterra da Lima a Lisbona".
"Non c’è nulla di piú probabile", disse Candide; "ma, per Dio, un po’ d’olio e di vino".
"Come, probabile?" ribatté il filosofo "sostengo che la cosa è dimostrata".
Candide svenne, e Pangloss gli portò un po’ d’acqua dalla vicina fontana.
Il giorno dopo ripararono un poco le forze con qualche provvista da bocca trovata strisciando fra le macerie. Poi si misero a lavorare come gli altri per soccorrere gli abitanti sfuggiti alla morte. Alcuni cittadini soccorsi da loro gli offrirono il miglior pasto che fosse possibile in quel disastro. È vero che il pasto era triste; i convitati innaffiavano il loro pane con le lagrime; ma Pangloss li consolò accertandoli che le cose non potevano andare altrimenti.
"Poiché" diceva "queste cose sono per il meglio. Poiché, se c’è un vulcano a Lisbona, non può essere altrove. Poiché è impossibile che le cose non siano dove sono. Poiché tutto va bene".
Un ometto nero, familiare dell’Inquisizione, che gli stava accanto, prese educatamente la parola e gli disse:
"Si direbbe che il signore non crede al peccato originale; poiché, se tutto va per il meglio, non c’è dunque stata né caduta né castigo".
"Domando umilissimamente perdono all’Eccellenza Vostra" rispose Pangloss ancora piú educatamente "perché la caduta dell’uomo e la maledizione entravano necessariamente nel migliore dei mondi possibili". [...]


(Voltaire, Candido ovvero l’ottimismo, Rizzoli, Milano, 19944, pagg. 49-55)
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martedì 7 aprile 2009

Terremoto Abruzzo 2009

Non è facile commentare ciò che è successo
l’altra notte in Abruzzo, anche perché questo blog in realtà
non nasce con questo specifico intento.
Ma ugualmente non è facile far finta di niente
e postare un inutile raccontino da quattro soldi.

La difficoltà di questi momenti è grande.
Io non so cosa significhi perdere tutto,
ma quelle poche volte che ho provato esperienze che
minimamente mi han fatto immaginare questo,
mi sono sempre trovata a dirmi:
“Speriamo che non succeda mai nella vita…”.

Purtroppo oggi,nel nostro paese,
in una regione molto vicina alla capitale dello stato italiano,
intere famiglie si trovano a dover affrontare
ciò che nessuno di noi vorrebbe mai provare nella vita.

Sento dentro un profondo sentimento di tristezza
e nello stesso tempo vorrei poter concretamente far qualcosa,
invece di trovarmi qua a scrivere quattro cazzate…

Inimmaginabile è lo stato di totale perdita.

Bhooooooooooooooooo…

Perdonatemi l’intervento,
probabilmente inappropriato e un po' retorico…
Ma non ci posso far nulla…
Avevo questo bisogno.
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lunedì 6 aprile 2009

Breve Recensione di RACCONTI ROMANI ( di A.Moravia)

Sessantun racconti per dipingere il ritratto
di una Roma postbellica
che affronta,giorno dopo giorno,le difficoltà e
le sofferenze della ricostruzione.
Sessantun semi-anonimi protagonisti si passano la parola
da un racconto all'altro per narrare in prima persona,
con estrema soggettività,le loro vicende,fornendo
però lucide descrizioni
e dettagli sulla realtà di allora.
Un io che perciò cambia continuamente ma che,alla fine,
si ricostruisce in un'unica visione d''insieme ben definita:
la rappresentazione di quella città popolana e piccolo borghese
che a più riprese vive di stenti e di sacrifici
.
Una Roma belliana si racconta attraverso una serie di episodi
e di scene legate alla vita quotidiana
fatta di lavoretti,piccoli espedienti per sopravvivere,furtarelli,furberie,
concorrenza,momenti di svago e vane ambizioni.

Così ci si ritrova all''interno di alcune botteghe di commercianti ansiosi
di guadagnare e di tenersi stretti i propri clienti.
Poco dopo si entra in un'osteria a bere vino
con davanti un piatto di amatriciana,
tra canti,insulti,risate e corteggiamenti.
Un affollatissimo treno per Ostia parte
per passare una domenica di mare,
tra scene di divertimento e rilassatezza si arriva poi a Villa Borghese
per rubare un paio di scarpe.
Tappa finale:Regina Celi,il carcere
dove finiscono tutti i furfanti che vengono arrestati.


Innumerevoli piccoli grandi uomini,dai singolari soprannomi
che ben li caratterizzano, popolano questa città carica di vitalità
e avventura con le loro grida,il loro verace dialetto,i loro vagabondaggi
da una via all''altra del centro e con le loro gioie e sofferenze.

Lungo le riva del Tevere questi racconti romani
passano di bocca in bocca come dicerie,pettegolezzi,proverbi,
come racconti di vita,da bar,ricordi di padre ad un figlio.
Certamente rappresentano ben più di un semplice chiacchiericcio popolano,
ma piuttosto sono una godibile testimonianza
di un tempo e di modi d''essere ormai per noi lontani e inconsueti.

Leggere,qui,significa seguire immagini che sembrano riprese da una telecamera a spalla,assumendo il punto di vista dell''io-narratore di turno.
Moravia qui mette in atto uno dei suoi tipici modi cinematografici di narrare
e lo fa mantenendo costante l''attenzione alla descrizione
dei personaggi e delle situazioni.

Da segnalare che da questo libro,come per molti altri di Moravia,
è stato tratto un film nel 1955 da G.Franciolini con Totò,V.De Sica e G.Ralli.


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domenica 5 aprile 2009

PALME,FASCI&MARTELLI

Sono qui seduta sulla sedia di casa di mia nonna,
dove mi sedevo tutti i giorni,quando venivo a salutarla.

La finestra è spalancata: entrano sole e aria primaverile.
Entra la vita anche se qui dentro non c’è più la sua.
Eppure ne sento ancora il profumo.

Qualche oggetto che balza di colpo all’occhio
mi evoca lontani ricordi di lei.
A volte mi manca tanto.

Osservo da lontano,da questa sedia,
quella grande scatola di fotografie che io stessa
a gennaio,ho consacrato essere
“la mia porzione d’eredità” e della quale mi sono
eletta custode.
Ecco,per me,lei è lì dentro che vive e
sinceramente ancora non ho avuto il coraggio
(e l’emozione adatta) di riaprirla quella vecchia scatola
di latta.
Non so…
Era anche tanto tempo che non venivo qui,
fermandomi un po’.

In questo momento però sento che non vorrei più
andarmene. Sento pace qui.

Oggi è il giorno liturgicamente denominato
‘la Domenica delle palme’.
Infatti stamattina per la strada molte persone avevano
in mano rametti d’ulivo, per eccellenza simbolo cristiano
della pace..

Sempre per la strada,nel via vai di questa mattina
così calda e leggera,tutt’ad un tratto son passate
7 camionette dei Carabinieri.
Immanenti ben due manifestazioni:
una nera,
una rossa.
Palme,fasci e martelli…

Questa casetta è ancora tanto accogliente,
come se ancora aspettasse il ritorno
della nonna…



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sabato 4 aprile 2009

IL CAPPELLO A TUBA [Chapter7]

Matilde era confusionaria,ma sembrava voler farsi trasportare
dalle sue più grandi passioni:
la musica e il cibo.
Amava suonare il violino nelle domeniche mattina
di grande sole quando quella coltre grigiastra milanese
soleva disgregarsi e spogliarsi fino a dissolversi,
lasciando visibile una sorprendente città più viva che mai.

Matilde guardava fuori dalla finestra,
vedeva l’azzurro accecante e si aspettava di trovarmi già
nel parchetto racchiuso in sé stesso,
raccolto in un fazzoletto di verdi aiuole e alberi grandi.
Poco più in là le strade,le macchine,i rumori,
lì una piccola nicchia d’incanto senza tempo,
senza una vera e propria dimensione reale.
Io mi sedevo sull’erba,ascoltavo nelle cuffie del mio vecchio walkman qualche canzone trasmessa alla radio e aspettavo
di veder arrivare Matilde sulla sua bicicletta,con il violino in spalla.
“Buongiorno!”mi diceva sorridendo,guardandosi intorno.
Sapeva apprezzare ciascun giorno della vita
confidando che avrebbe portato sempre qualcosa di speciale
e il suo aspetto rifletteva questa serenità insita in lei.

C’era in mezzo al grande prato una statua di donna,
lasciata nuda al vento primaverile.
Poggiava su un piedistallo quadrato sul quale Matilde
si sedeva e incominciava a suonare il suo dolce violino.
Assorta sulle corde tese dello strumento
sembrava ridar un anelito di vita a quella donna
pietrificata e sola che aveva alle spalle.

E io mi chiedevo sempre come potesse accadere che da corde
così tese potesse espandersi un così lieve suono.
Allora era proprio vero che il mondo
era governato dalla legge degli opposti?

Le mani di Matilde danzavano nell’aria,muovendosi velocemente.
Adoravo guardarla e ascoltare il suono
che si propagava nel venticello di marzo-aprile.
Ma tutto ad un tratto,si bloccava di scatto e mi diceva:
“Ho fame!”.
Quel suo tono allegro sembrava un proseguimento
dell'armoniosa melodia che stava suonando prima di interrompersi.


[to be continued...]
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venerdì 3 aprile 2009

dal "Diario di viaggio: Bali"


8 aprile 2001
Sono sospesa sul mondo,con le nuvole
che mi sostengono in questo lungo volo.
Sul mio orologio sono le 19,30,
e ora sono quasi sopra l’Himalaya
e questo è davvero emozionante.

Sento di aver dimenticato tutto a casa,
di non aver portato niente con me.
Ma la realtà è che non avrei voluto
portare niente con me.

Mancano ancora 5 ore e mezza
all’atterraggio a Bangkok,Thailandia.
Il mio piccolo microcosmo è sempre più lontano.

Bangkok.
Dopo esser scesi dall’aereo,
ci ha investito il caldo orientale.
30 gradi alle 6 del mattino…
L’atmosfera thailandese ci ha avvolto immediatamente,
appena entrati in aeroporto.
Dopo aver passeggiato nell’area commerciale,
siamo arrivati davanti ad una grande vetrata
che dava sulle piste ma soprattutto prestava all’occhio
un’immagine favolosa:
l’alba di quel sole che ogni giorno nasce lì ad oriente
per morire in Occidente. Da sempre.

Era sensazionale essere lì davanti a quel sole,
quasi mi sembrava di conoscerne una parte nuova di esso.
Dopo una lunga corsa intorno al mondo,
finalmente ero riuscita ad afferrarlo.

L’alba di Bangkok.Il sol Levante.
Mentre la sua luce si espandeva,colorando
il mondo con tonalità così tenui da rilassare anche
gli occhi stanchi dei viaggiatori,mi sono accorta che
l’aeroporto a quell’ora era ancora deserto.
Solo una persona era sdraiata
sulla moquette della sala d’attesa.
Non so chi fosse,né ho potuto capirlo:
forse un viaggiatore o forse un semplice squatter della città.
Quel suo volto così espressivo mi ha colpito molto.
L’ho ribattezzato ‘il volto di Bangkok'.
Aveva la carnagione scura,tratti orientali e una casacca color pesca.
Stava dormendo.
La luce dell’alba era così forte che l’ha svegliato,
perciò si è alzato,proprio come si è alzato il sole su Bangkok.

SOL LEVANTE
Il sol levante,
davanti al mio spirito
in cerca di orientali essenze,
la luce nell’anima.

L’alba...
Così presto mai vista
nel mondo.
Mai vista così a est.

E la luce scavò nelle grotte
illuminando un viso,
il volto di Bangkok.
Un secondo sole,
la sua casacca.
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giovedì 2 aprile 2009

IL CAPPELLO A TUBA [Chapter6]

In quel periodo stavamo scegliendo quali strade prendere per il futuro.
Alternavamo così periodi di totale confusione
a momenti in cui ci sentivamoil mondo nelle tasche.
Vi erano sbalzi d’umore e sorrisi spensierati,
gocce di pioggia che poi si asciugavano al primo raggio di sole.
Tutto questo era normale per tutto il resto del mondo,
certo per chi ci era già passato,ma non per noi
che lo stavamo vivendo,allora, per la prima volta sulla nostra pelle.

C’era chi aveva progetti e idee chiare,certo un po’confuse magari,
ma che sapeva cosa voleva.
E c’era invece chi non voleva fare i conti
con la realtà imminente:il cambiamento.
Faceva timore pensare che in pochi mesi
la scuola sarebbe finita. Finita per sempre.
Più nessuna campanella,nessun banco,nessuna luce al neon,
nessuna interrogazione,nessuna sigaretta al freddo del cortile.
Cosa sarebbe stato il nostro prossimo futuro,
noi di certo non lo avevamo ancora ben capito.
Il futuro è come un trailer di un nuovo film
prossimo all’uscita nelle sale cinematografiche:
ne vediamo solo le scene più belle.



[to be continued...]
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mercoledì 1 aprile 2009

Mimmo Jodice: “Perdersi a guardare. Trent’anni di fotografia in Italia.”

Mimmo Jodice,
affermato fotografo del panorama culturale italiano, ha contribuito fortemente ad una nuova concezione della fotografia.Questa esposizione dell’artista presenta interamente una rassegna in bianco e nero con particolari rese date da effetti straordinari.
Laddove vi è statica c’è dinamica.
L’occhio si ritrova a guardare come se si fosse affacciati ad una finestra.
Una finestra che diventa il finestrino di una macchina on the road.
Una macchina eccezionale, veloce che attraversa lo spazio e il tempo…
E’un vero e proprio viaggio seduti sui confortevoli sedili della macchina fotografica di Jodice. L’Italia si rivela nella sua immagine.
Non solo nei suoi paesaggi così luminosi,chiari, veri e propri bagni di luce, ma anche nei suoi racconti pieni di tradizione e contraddizioni da cui nascono ombre di buio.
E’lì che si racchiudono momenti d’eternità, memorie passate, le voci dei protagonisti di quella vita fatta anche di mura, di templi, di ponti, facciate.
Una panoramica che fa riflettere silenziosamente.
E’ un occhio nuovo che vede scorci particolari di un oggetto ma pensa all’oggetto nel suo insieme.
Vede tante piccole Italie ma pensa alla sua bellezza globale.
”Luoghi senza indicazioni tipografiche se non quelle dell’anima”,
come ama spesso ricordare l’artista.
Dal 13 settembre al 25 novembre 2007 allo Spazio Forma in P.za Tito Lucrezio Caro, 1.


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