lunedì 30 marzo 2009

IL CAPPELLO A TUBA [Chapter5]

Perché non avevo mai visto Matilde con un pennello in mano?
Perché non l’avevo mai sentita parlare di una così nobile passione come la pittura?
Mi facevo molte domande,non trovavo risposte.
Pensavo continuamente a come avrei potuto saperne di più,
ma non volevo essere invadente.
Non avrei mai voluto mettere Matilde a disagio.
Magari non avrebbe voluto rispondermi,magari le avrebbe dato fastidio parlare di questo.
Da quando mi ero fissata su questo pseudo mistero degli acquerelli di Matilde
che volevo risolvere a tutti i costi,osservavo Matilde più intensamente,cercavo nelle sue parole
di scovare qualcosa di strano da poter ricollegare al significato di quella frase…
“Rivoglio gli acquarelli di quando ero piccola!”
Giunsi al punto di starci male.
Ehi!
Quando ci accorgiamo che mancano le pagini iniziali di un fumetto perché son state strappate da qualcuno,
solo molto dopo arriviamo a comprenderne la storia.
E con un certo dispiacere,ci immaginiamo come potessero essere disegnate le prime vignette.
Io sentivo che mi mancava qualche pezzo del puzzle,qualcosa di lei era a me sconosciuta,qualcosa del suo passato non mi tornava.
Era importante per me scoprire cosa fosse perché Matilde era una mia amica.




[to be continued...]
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domenica 29 marzo 2009

Pioggia carica d'emozioni.


Gocce d’emozioni
sulla finestra si appoggiano per poco,

il verde inconfondibile della primavera
si mischia al sentimento dentro.
Carica d’emozione
mi rivedo
in un’immagine che confonde
passato,presente e futuro.

C’è nel fondo un piacere
inespresso.

E un po’ la notte avvolge ancora la mia mente…
Sorrido sola.

Le persone
mi han fatto spesso male.

Le persone…
Senza,non sarebbe così bello…


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IL CAPPELLO A TUBA [Chapter 4]

E’ strano come,alle volte,siamo attirati da piccoli oggetti luccicanti.
A volte sono solo inganni dell’immaginazione,
altre volte sono riflessi argentei di luce.
A volte,invece,sono veri e propri
frammenti di passate realtà.

Capita spesso di rimanere ancora meravigliati davanti
a certe cose, proprio come succedeva al tempo dell’infanzia,
quando la curiosità ci portava a conoscere
gli angoli più introvabili del mondo intorno a noi.
Gli uomini però sono come isole sconosciute in mezzo ad un mare agitato: il vuoto.
Ogni persona così è un paesaggio da osservare e ascoltare profondamente.
Per capirne il senso della sua esistenza
in questa distesa ondosa di vuoto,bisogna fermarsi e
cercare di sentire il più possibile.
Ed è anche vero che non basta conoscere sé stessi
per capire il senso dell’esistenza altrui.

Ci si interessa di qualcuno che ci incuriosisce perché
veniamo attratti dalle particolarità del suo animo e
attraverso di esso scopriamo qualcosa in più anche su noi stessi.
Troviamo sempre nelle persone che stiamo conoscendo,
certe cose così piccole da non vedersi ma così luminose
da attrarci con una forza misteriosa e disorientante.
Questi luccichii sono quelli che io chiamo
frammenti di passate realtà.

Chissà quante emozioni abbiamo vissuto e
quante immagini ha immagazzinato
la nostra mente nel corso della vita?
Questo non ce lo svelerà mai nessuno.
Sappiamo però che tutto ciò che abbiamo vissuto e
che è entrato dentro di noi nel passato,
ci ha plasmato,ci ha resi come siamo nel presente.
E’ inevitabile che il passato luccichi ancora
sulla sfera del nostro presente cielo,
proprio come le stelle emanano la loro luce nell’universo,
attraverso i secoli…

Quella frase di Matilde che tanto mi stava incuriosendo e
che apriva a me un mondo sconosciuto,mi aveva fatto capire
che quegli acquarelli erano il simbolo di qualcosa che aveva
perduto nel passato e che voleva,ma non poteva,riavere.
Quegli acquerelli erano veri e propri
frammenti di passate realtà.




[to be continued...]
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sabato 28 marzo 2009

L’Isola dell’eterno amore: Tavolara*.

Sempre ti guardo,
anche solo nella mia mente…

Dedico a te questa voglia di fuggire
la solita noia invernale.

E penso alla tua immensità
che si staglia sul mio orizzonte.

Esiliata,donna menzognera e illusoria che fosti,
ora giaci nell’infecondo mare
nel tuo ingannevole aspetto.
E ancora cambi
a seconda del luogo in cui ti si guarda.

Passi l’inverno
bagnata dal blu
tua sensuale passione,tua lussuria
che ora ti condanna
alla pietrificazione
pur sempre viva.

Desideravi l’eterno amore,
temevi la morte
con il tuo Mare
avresti voluto sempre giacere.

Ed ora,guardati,
vecchia rugosa incolore,
immobile,
niente più baci
persa ogni sensibilità..

Il tuo corpo,nel freddo abbraccio
dell’onda avvolto,
spuma di godimento,
per sempre nudo.

Il tuo nome è
e sempre sarà Tavolara

e ti si vedrà da molto lontano
perché qui
tutto t’appartiene:
l’alba del mattino,
i gabbiani,
il vento e anche le stelle…

Ma per te nessuna rosa tra i capelli,
nessuna lapide da commemorare,
nessun pianto.
Solo aride rocce e deformità,
questa la triste tua condanna.

Forse un giorno
riaffogherai là sotto
nelle profondità del mare
e
nessuno mai ti vedrà più…

Ma sarai sempre in lui
lui in te
come
in un eterno amore.

*Tavolara:
è un'isola di 5,9 kmq della Sardegna nord-orientale, nella regione storico-geografica della Gallura, appartenente ai comuni di Olbia e Loiri Porto San Paolo nella provincia di Olbia-Tempio.L'isola si presenta come un maestoso altopiano calcareo-granitico a picco sul mare, di forma grossomodo rettangolare lunga circa 6 km e larga 1 km;raggiunge una quota massima di 565 metri e alle estremità presenta due istmi sabbiosi dove sono stati ricavati degli approdi per piccole imbarcazioni, che collegano l'isola con il porto di Porto San Paolo.


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venerdì 27 marzo 2009

IL CAPPELLO A TUBA [Chapter 3]


Ricordo che ai tempi del liceo mentre studiavamo
i dipinti impressionisti francesi,
Matilde mi rivelò che uno dei suoi più grandi sogni
era incontrare un uomo col cappello a tuba,
proprio come il ‘Bevitore d’assenzio’ di Manet.
Io scoppiai subito a ridere e lei mi ribadì
che avrebbe fatto qualsiasi cosa per un uomo del genere.

Quel pomeriggio al ‘Caffè du Impressionism’ però Matilde,
avendo gli occhi così offuscati dalle lacrime e
il capo piegato in avanti per l’imbarazzo del momento,
non vide entrare quello stravagante uomo col cappello a tuba
che di fretta comprò una scatola di sigari e se ne uscì rapidamente
proprio come se fosse una sfuggente impressione di colore nero.

Compresi col tempo che l’onda che sconquassava e
trascinava qua e là Matilde era una delle tante mareggiate
tipiche dell’adolescenza.
Matilde aveva 19 anni allora ed aveva voglia di fare nuove esperienze.
E allora cosa c’era stato di così strano in quel pomeriggio?
Cosa mi aveva così impressionato di quel momento?
Perché continuavo a pensare a Matilde?

Una sera,mentre tornavo a casa seduta sul sedile
di un affollatissimo tram, mi ritrovai immersa nell’osservare la città fuori dal finestrino.
Il grigiore invogliava ad arrivar presto a casa
ma il traffico rallentava ogni desiderio
di distensione fisica e mentale.
E lì in quel crogiuolo umano di corpi stanchi che rincasavano dopo il lavoro, capii che al ‘Cafè du Impressionism’ ciò che più mi aveva colpito era quell'incomprensibile frase esclamata da Matilde.
”Rivoglio gli acquerelli di quando ero piccola!”
Non avevo proprio compreso quella frase,né avrei saputo collegarla allo stato d’inquietudine che la stava imbavagliando e legando alla sedia.

Decisi che era venuto il momento di farmi spiegare chiaramente dalla stessa Matilde il significato di quella frase.
La curiosità è la virtù dei giovani.




[to be continued...]
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giovedì 26 marzo 2009

1°gennaio

Il mare d'inverno
placido e calmo
fino all'orizzonte.

E' l'inizio
di un nuovo anno.
Porto Ercole.

La luce è grigioverde
come salvia
profumata.

Solo un minuto
per pensare.
Solo uno sguardo
laggiù.

Qualche ultimo raggio...
Buon Anno
universo
E' bello esser qua.

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mercoledì 25 marzo 2009

Ho imparato…

Ho imparato che nella vita non esiste il bianco o il nero,
ma solo tante sfumature.
Ho imparato che tra le certezze e le incertezze,
c’è una scala di varianti che vanno al di là di ogni aspettativa o previsione…
Ho imparato che gli angoli vanno smussati con il tempo
e che non c’è nulla di meglio del vento per scolpire la roccia…
Ho imparato che aprile è il mese più crudele,per dirla alla Eliot,
“genera lillà dalla terrra morta,mescola memory and desire,
desta radici sopite con tanta spring rain!”.
Ho imparato che alle 4 di notte si può non aver sonno
e si può aver voglia di stare con gli occhi aperti
senza pensare niente,godendosi la semplicità del momento…
Ho imparato che tutto a volte è più facile di quello che sembra…

Ho imparato che nella vita il bianco e nero sono luci e ombre
e che i colori sono infiniti.
Ho imparato che il caso è irrazionale nella sua razionalità.
Ho imparato che il fluido è energia che scorre positivamente.
Ho imparato che aprile è un mese di tristi addii
ma che la terra è il nostro sostegno e che la pioggia la rigenera…
Ho imparato che le giornate possono trascorrere lentamente
e che le notti portano avventure e nuove forme.

Ho imparato che esser sé stessi è una conquista,non sempre un atteggiamento naturale.
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martedì 24 marzo 2009

IL CAPPELLO A TUBA [Chapter 2]

Non avevo mai sentito Matilde parlare di acquarelli fino ad allora.
Né ero mai venuta a sapere di quella sua passione infantile,
mai l’avevo sentita parlare di pittura.
Eppure doveva aver rappresentato un passaggio importante
per lei, se improvvisamente volle esordire con quella frase…
"Rivoglio gli acquarelli di quando ero piccola!”

Era una frase apparentemente insensata,ma se la disse
con quel tono aggressivo,ancor prima di avermi salutato,
forse un recondito segreto doveva pur nasconderlo.

Nel ‘Cafè du Impressionism’ c’eravamo solo
io e Matilde,quel pomeriggio.
Sorpresa e preoccupata,non potei evitare di chiederle se
si sentisse bene e se le fosse successo qualcosa di grave.
Scorgevo nei suoi brevi e bruschi gesti che era affannata
e molto contrariata.

Allora Matilde chiese un caffè al buon Mario,il barista
e per un attimo sul nostro tavolino scese un’imbarazzante silenzio.
Fu la calma prima della tempesta!

Quando arrivò il caffè,infatti,Matilde scoppiò a piangere.
Mi stupì vederla con gli occhi pieni di lacrime azzurre e pesanti.

Matilde aveva solo tanta voglia di innamorarsi.
Quella sua innocenza nel rivelarmi il desiderio di voler incontrare
una persona speciale,mi faceva molta tenerezza.
Eppure avrebbe dovuto solamente alzare il viso pieno di lacrime
per accorgersi che l’uomo della sua vita era appena entrato in quel bar.

Egli non sarebbe passato facilmente inosservato a chiunque!
Infatti indossava un capello a tuba nero,in stile ottocentesco
che era una rara eccezione per la moda di quei tempi.
Matilde aveva una sfrenata passione per gli uomini che indossavano cappelli a tuba.


[to be continued...]
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lunedì 23 marzo 2009

Cianfrusaglie...

Da piccola mi succedeva spesso di perdere
qualche strano oggettino per cui andavo matta.
Le classiche cianfrusaglie
che fan impazzire i bambini!
Per giorni e giorni,mi mettevo alla ricerca
in ogni angolo della casa…
A volte mi divertiva questa sorta di gioco
e quando m'impuntavo
ero proprio brava a ritrovare i miei amati oggettini.
Altre volte,invece,non c'era niente da fare:
non saltavano fuori!
Passava un po' di tempo e magicamente
la mia casa restituiva ciò che avevo cercato con effettivo sforzo...

Ricordo la sensazione che provavo quando
mi riappropriavo della cosa perduta come
un sollievo,come una sorta di carezza che
toglieva ogni dispiacere…

Ed era bello poter giocare di nuovo con quella cosa…
Era bello potersene prendere più cura per non perderla più...
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domenica 22 marzo 2009

IL CAPPELLO A TUBA. [Chapter 1]

“Rivoglio gli acquerelli di quando ero piccola!”
esclamò rabbiosamente Matilde,quel giorno.
Un senso di solitudine si alimentava dentro lei,
anche se non riusciva a comprendere da cosa fosse causato
e quando fosse iniziato.
Era insolito vederla arrivare con quel broncio in viso.
Erano mesi che il suo sorriso non smetteva un attimo di splendere.

Matilde,19 anni,ragazza dai contorni ben marcati:
come un ritratto di Manet,la sua figura si stagliava
nel chiaro-scuro di quel ‘Cafè du Impressionism’,
in cui a quei tempi andavamo ogni pomeriggio.
Lì ci conoscevano tutti e si era creato quel piacevole
clima familiare che solitamente non era facile trovare
nei locali di Milano.
Chiacchieravamo molto e qualche volta finivamo anche a
filosofeggiare,senza arrivare mai ad una certezza.

Matilde era sempre là in mezzo,
con quel suo scialle lilla che dava al suo volto un accento
di velato colore che si mischiava
a quelle gote già rosse per il freddo.

Quel pomeriggio d’autunno,l’aria fresca e il grigiore di Milano
creavano un’atmosfera a dir poco surreale:
era facile,dopo aver guardato il cielo,sentir dentro di sé
un vuoto incolmabile che prendeva forme strane e inspiegabili.
Non c’è da meravigliarsi,in quella città succedeva di tutto,

in quell'epoca!

Aspettavo Matilde per il nostro consueto caffè delle cinque.
Avevo intenzione di parlarle di quel groviglio di amarezza
che faceva da sfondo ai miei ultimi pomeriggi.
Stavo davvero male,avevo bisogno di un po’ d’ascolto.
Speravo che almeno lei potesse ridare un po’ di colore
a quel pomeriggio in bianco e nero.

Lei invece arrivò improvvisamente al tavolino dove ero seduta
con un passo veloce e alquanto nervoso.
Si sfilò la borsetta che teneva a tracolla e,
da quel breve movimento incrociato,
s’intuì che qualcosa dentro la turbava.

Esclamò allora,dopo essersi seduta,quella frase così strana:
“Rivoglio gli acquerelli di quando ero piccola!”
Per un attimo rimasi in silenzio,guardandola negli occhi,senza sapere cosa dire.
Nella mia mente mi chiedevo a cosa potesse riferirsi


[to be continued...]
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sabato 21 marzo 2009

30 aprile.Un anno dopo

Un giorno che non sarà mai più come un altro.
Un giorno che ricordo,
anche a Milano pioveva forte.
Un anno dopo.

Starway to Heaven. Forte bagliore di luce.
Immersione di piacere e compiacimento
in un momento di poesia.

Acre il gusto di oggi
misto allo stordimento onirico
di un risveglio violento.

Un peccato non vivere.
Un peccato non averti conosciuto.
Un anno dopo.

La scuola è proprio finita adesso.
Siamo isole in un mare di vuoto.
Un anno dopo.

L’arrivo dell’opulenza primaverile.
Si sente,ad ascoltare bene,un tempo
inesorabile che sbatte
le sue onde
sulle nostre coste.

Un anno dopo.

E dentro me c’è una vita che brucia
brucia
brucia e canta
come un aedo
impazzito di luce

Solo un anno dopo…



(Ciao Alessio...)



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venerdì 20 marzo 2009

Se...

Se il mare cancellasse tutte le immagini della mia vita
come le parole che abbiamo scritto sulla riva quella sera,
mentre la collina scura divorava la luce regalandoci
un tramonto di fine agosto,
io morirei.

La sabbia raccoglieva i nostri sentimenti,le impronte
della nostra anima e,fredda,fermava il tempo che ignaro
si consumava,giacendo nel suolo infecondo e umido.

Se il fuoco bruciasse le pellicole che quella sera scattammo,
guardando inghiottire l’estate,
io morirei.

Scrivevamo e fotografavamo la nostra storia,quella che
nessuno studierà,la nostra voglia di vivere nella pace,
sotto una pioggia di fiori che s’impigliavano tra ricci capelli neri,
lasciando solo ferite profumate e baci caldi.
Ci inchinavamo a noi stessi,sapendo che ci saremmo svegliati
un giorno…
I nostri occhi guardavano,poi si chiudevano,per riaprirsi bagnati da lacrime
salate come il mare,lo stesso che un giorno ci fece paura.

Se il fumo confondesse tutto il profumo che i nostri corpi emanavano,
io morirei.

Se il silenzio uccidesse tutte le nostre voci,
io morirei.

Se…


(Dedicata agli amici di Porto Coda Cavallo e alle nostre
indimenticabili estati)

La nostra baia.

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giovedì 19 marzo 2009

UNA NOTTE CHE PARLA.


Lunedì sera, ormai notte. Ormai giorno.
Ormai l’ora di dormire anche se questa notte parla.
Parla forte al vento, alla luna in cielo,
alle piccole stelle di una Milano limpida e stranamente silenziosa.
Parla al grido adolescenziale di Rimbaud, parla di ricordi lontani
ma così vicino al cuore.
Parla, parla, parla e non la smette un attimo…

Questa è una di quelle serate magiche che Gaia
sa rendere ancora più misteriose, lei, fata
imprigionata in una gabbia metropolitana.
Notte d’avventure, notte mai pensata, notte vera.
Mentre la luna compare dentro la nicchia aperta del cielo,
come se un architetto medievale avesse progettato perfettamente
l’affacciarsi dell’astro,
noi siamo atomi di un solo corpo e siamo l’urlo di Rimbaud
che risuona ancora nel tempo.
(…)

Il giorno delle mimose, questa mattina sembrava non iniziare mai.
Le ore trascorrevano, ma il tempo sembrava trascinarsi con noia.
Poi, però,finalmente è iniziato e ora non vuole finire.
Mi rimangono soli 3 minuti,
al mio tempo rimangono
solo 3 immensi minuti…

La luna è in cielo e un ragazzo vicino a me dice di vedere
un volto di donna. E una donna,per la strada,
chiede soldi,li vuole con insistenza!
Il sogno inizia adesso, adesso l’amore pompa il mio cuore,
la poesia è una voce dentro me che parla
come parla questa notte di lunedì,
di un urlo che lentamente lentamente
Si placa
Nel silenzio
Di un muto vivere.
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mercoledì 18 marzo 2009

Le Chat Noir


Il gatto nero era accovacciato sul muretto in via Pace 37.
Ignaro e indifferente osservava i passanti.
Al di là del cancello,loro non si accorgevano di lui.
Insensibile. Insensibili.

Passavo di là anch’io.

Via Pace da un lato è la via dell’Ospedale.
Dall’altro è la via dell’ex Itsos,abbandonato e desolante.
Quella vecchia struttura cade a pezzi solo a guardarla!
Degradata e lugubre da sempre,
è avvolta da un’inquieta e misteriosa atmosfera.

Il gatto nero era dal lato oscuro della Pace,
uscito forse da quella strana scuola fatiscente.
Sbadigliava.
Era nero come il gatto che avevo da bambina.
Si chiamava Rocky,come Rocky Balboa.
Probabilmente fu per quello che mi colpì tanto la sua presenza.
Mi fermai un istante.
Lui continuava a leccarsi,senza accorgersi che lo stavo guardando.
Poi ripresi a camminare e mentre gli passai di fronte,
i nostri sguardi s’incontrarono:occhi felini in occhi umani.

La sua espressione cambiò e si fece quasi di stupore.
Mi colpì perché assomigliò ad un’alzata di sopracciglio umano.
Fu come se quel gatto randagio fosse stato preso di sorpresa,
come se non si aspettasse di esser guardato,
in quel momento e in quel luogo.
Sembrò lusingato e lo espresse attraverso lo sguardo
e un lieve movimento del collo peloso.

Click!
Catturai quell’immagine da quel contesto e da quel momento.
Ingrandimento e cornice.

Per riguardarla sempre,mi basta trovarla nella memoria.
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martedì 17 marzo 2009

Esterina

Mi sento in volo…
pochi attimi e non mi accorgerò neppure
di essermi tuffata in mare come Esterina
nella vita…

Sento già quella sensazione primordiale
che torna a bagnarmi col suo sale…è tutto azzurro,
vedo azzurro,i miei occhi sono azzurri,azzurro il fondo,
bianche le rocce.

Muovo l’acqua,sono un pesce.
Pescami…

Vorrei togliermi la pelle,sentir freddo,sentir male…
Mi rifugio nell’idea di te per cercare pace…
ma vi trovo solo
tanta malinconia.

Nessun passo indietro.
Avanti,avanti
passo dopo passo
solo l’hic et il nunc mi interessano
il resto verrà da sé.

Mi muovo in un fuoco che brucia le forze
respiro piano,il profondo è irraggiungibile…

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lunedì 16 marzo 2009

IL VIALE

Ho camminato su quel viale
nel freddo ruggente.
Mi sono avvolta nel caldo dei miei pensieri
per sopportare le raffiche di un mondo
in rapido movimento:
Gente che viene e che va,comparse inutili
di una storia che sto scrivendo.
Ne ho guardato gli occhi e poi nulla più;
colonne di automobili in corsa che
nel mio quadro metropolitano
sono come fiumi inquinati,
lasciati nei loro argini di duro asfalto.
Scorrevano veloci,sempre più veloci…

Solo un’immagine che si disgregava
in un’unica linea di movimento.
Non faceva freddo,sentivo freddo.
Era diverso.
Così,
ho creato un gioco di visioni,
pure fantasie di un passato
proiettate in un deserto futuro
.

Come mi guarderete quando ci
rincontreremo,un giorno?
Bruceranno gli occhi a me e a voi?
Ma tutto finisce nel vento.
I miei passi mi danno sicurezza.
L’aria profuma già di un giorno nuovo,
con un sorriso guardo il giardino della libertà,
Giardino dell’Anima nera.


by Simone Ver.B (http://www.flickr.com/photos/83971776@N00/2200892188)
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domenica 15 marzo 2009

Venerdì sera,mentre fuori piove.

IL PADRE. Sissignore, anch’io- lo ammetto! E n’è seguito un gran male. Ma a fin di bene io lo feci…e più per lei che per me: lo giuro!
(da “Sei personaggi in cerca d’autore”, L. Pirandello)


Venerdì sera,incomincia a piover nella città di Milano.
L’acqua scende e risale,chissà quando finiranno le lacrime delle ragazze…
No,ehi tu,aspetta!Non sono una scrittrice di romanzi rosa!
Scendo e risalgo da casa.

Vorremo sempre incontrare chi ci piace.Vorremo sempre incontrare Pincopallino…
Ma Pinco quel Pallino non si è ancora accorto di noi…
Quando lo farà,sarà troppo tardi...

Corri,corri,corri!
Il treno sta partendo…Vai,ce la puoi fare,se corri!

Siamo tutte carine,viviamo in funzione di un incontro che ci possa cambiare la vita…
Poi la vita cambia da sé…E tu non l’avresti mai voluto,ma sei cambiata senza neanche accorgertene e allora hai capito che il treno era arrivato al capolinea…

Insomma,un vero casino…
E allora “ti trovi sotto un treno”,”mentre fuori piove”,vorresti andartene con loro,tornare tra due ore e andare a letto…oppure avresti voluto sapere se dietro al portone che si stava velocemente chiudendo alle tue spalle c’era davvero fuori qualcuno che ti stava chiamando con il tuo inconfondibile nomignolo…

Ma devo risalire,come acqua che evapora…riscenderò…
Ma chi era che mi stava chiamando?! Forse nessuno…
“Leggera,leggera si bagna la fiamma e non ci sei più…
Libero come ero stato ieri,ho dei centimetri sotto i piedi…”


Se ti accontenti di così poco,forse sei proprio una persona mediocre…
e forse lo sei sempre stata.
Se è solo questo che ti importa,forse dovresti riflettere meglio sulla tua vita…
Avresti tanto da dire a questo mondo,non lasciare che sia solo il tuo istinto animale a prendere possesso della vita.
Non puoi resister così per molto tempo,credimi…

Siamo giovane e belle,il mondo è sotto i nostri piedi…
Già!Le vedi le tue belle scarpine… per alcuni quelle sono le scalette per raggiungere le tue guance innamorate del sole.

Essere innamorati significa vivere un’esperienza grande,grande…
Purtroppo,io non mi sento più innamorata di una persona,ma lo sono della vita intera…

Ora cosa vorresti?Incontrarlo? Ma chi è poi? Cosa vuoi da lui?
Niente,niente,niente.E’solo una questione mentale,o meglio,demenziale…
Si,è vero,è proprio carino,ma cosa di più ti interessa adesso?…
SOGNAREEEEEEEEE!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

E allora,dai,va bene,sogna,sogna,sogna!
Ma sogna tutta la tua vita,non tralasciare più nessun particolare,pensa prima di tutto a te stessa perché sei importante per tante persone e se stai bene tu,anche gli altri stan bene.
Vai corri come una nuvola,ora per un solo minuto diventerai il genio della lampada e ballerai vestita come non lo sei mai stata…
Non dimenticare te stessa perché sta per arrivare un forte temporale.
Ci vuole fermezza. Non lasciarti andare.
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sabato 14 marzo 2009

Le giostre: consapevole ridimensionamento.

Giunta la sera acclamarono a tutta voce che in città erano arrivate le giostre.

( Ah!Che sapori amari mi rievocano queste giostre…Erano tempi di un’aurea infanzia nel paesello dei miei nonni,nelle sere di settembre già freschi,intrisi di campagna e di inconsapevolezza…
Le ho viste solo là le giostre.
Giravano,giravano,giravano su sé stesse e nella mia immaginazione,
provocavano un senso di allegria e festa che per me erano gioco.)

Stelle filanti e coriandoli a terra per ricordare l’antica festa del Carnevale,con il suo mondo alla rovescia appeso a testa in giù ad un cartellone pubblicitario (o di campagna elettorale che è lo stesso).

La conclusione di questo giorno non poteva essere che questa:
il rovesciamento parodistico di una serie di avvenimenti che si erano a me proposti all’improvviso e inaspettatamente.
Le forme dell’entusiasmo si avviluppavano su sé stesse come in un caleidoscopio.

In fondo in fondo, tutto seguiva una logica coerentemente tagliente.

Le giostre nessuno, però, le vide e forse non le avrebbero mai più viste.

Eppure c’era chi diceva di averle scorte nei cortili medievali del castello della città.

(Ah!Che sapori amari evocano le giostre!Andavo da bambina con la mia mamma,i miei nonni e Dino,in piazza di quel paesello padano,quand’era il tempo del raccolto e i giochi si radunavano lì in onore di qualche celebre santo.
Quella piazza allora si trasformava in un grande incontro di paesani in festa e la piccolezza di quel luogo si trasformava nel grande entusiasmo e nella curiosa partecipazione di gente semplice e legata ancora alle tradizioni.)

Siamo maschere, siamo incontri fortuiti, siamo isole sparse in un mare di vuoto, siamo ciò che comunichiamo con le parole.
Siamo a volte come quel luccichio lontano sull’orizzonte in cui a qualcuno piace scorgere una stella fluttuante sul mare posta rispetto a noi alla stessa distanza che ci separa dal cielo più alto.

(E furono serate che non scorderò mai, furono per me esperienze valorose che riempiono spazi vasti della mia memoria.)

Il resto,tutto il resto che non riguarda le giostre è stato un carpe diem sul prato gravido di primavera.

La giostra è una ruota che gira sulla (sua) convinzione di essere ancora un divertimento per bambini e non solo.
E forse è ancora davvero così.

Oggi come la giostra ho danzato un po’ goffamente su me stessa ,
ho volteggiato in continuazione,ho indossato le mie maschere più attraenti,ma le giostre,le giostre vere,quelle non le ho viste.


(Ah!Le giostre…che sapore antico evocano in me le giostre…
Pensare che non le vedrò mai più laggiù in quella piazza di ricordi e magie è un po’ come rendersi conto di cosa sia la vita.)

Ciao nonni,riposate in pace.
Ciao Dino,riposa nella tranquillità.
Ciao mamma,ti voglio tanto bene.


(1 marzo 2006,Milano)






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venerdì 13 marzo 2009

Vecchie dichiarazioni

NIENTE AL MONDO

E’ PIU’ BELLO CHE SCRIVERE.

ANCHE MALE.

ANCHE IN MODO DA FAR RIDERE

LA GENTE.

L’UNICA COSA CHE SO FARE

E’ QUESTA.
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giovedì 12 marzo 2009

Pensai alle terme...


Pensai alle terme.

M’accorsi che nella vita
non si può far tutto.

Occorre far scelte per sé stessi.

Pensai al ribollio delle acque sorgive.
L’incanto del fluire.

Intorno il verde,l’azzurro e tocchi bianchi.

L’incontro tra Inferno e Paradiso.
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mercoledì 11 marzo 2009

Azioni

Ho sempre creduto di essere qualcosa che non ero.

Ho sempre lasciato parlare troppo la voce che esce,che non rientra,che si dissolve nei dialoghi.
Rifletto su cosa abbiano rappresentato fino ad oggi le mie scelte.
Mi rendo conto che quello che pensavo costante e duraturo,in realtà non rappresentava me stessa.
C’era qualcosa di automatico in quello che facevo prima, quasi non avessi paura davvero di nulla. L’incoscienza dell’ignoranza. L’inesperienza che vuole esplodere.
Mille mani battono alle tue finestre, le apri tutte senza avere timori,non ti accorgi che qualcuno entra ed esce senza neanche chiudere la porta…
E i giorni passano e pensi di cambiare, il tempo che prima volava,ora non passa più.
Le ferite si chiudono presto ma i segni restano e sono sempre lì a ricordarti chi sei e da dove vieni.
Allora puoi andare avanti, continuando ad evitare certe cose che pensi siano immutabili, impossibili da migliorare, lontane e distanti da te.

Tutte le cose che vivi sono semplicemente azioni che generano reazioni e le tue reazioni sono le risposte alle azioni degli altri. I fatti sono situazioni che si creano per mezzo di queste catene di azioni e reazioni, catene che ci legano gli uni agli altri quasi indissolubilmente.

L’abitudine è un velo che si pone davanti alla mente e che ci impedisce di vedere le cose per quelle che sono veramente
Giudicare bene o giudicare male in questo mondo diventa sempre più controverso.
Ognuno si crea un alibi e porta avanti con determinatezza le sue convinzioni ,giuste o sbagliate che siano. A nessuno piace più approfondire, tutti prevalentemente intenti a pensare a sé stessi
C’è chi basa le proprie opinioni sulle apparenze e chi invece non fa altro che accettare tutto quello che dicono o che pensano gli altri.
Ma se accettassimo che nostro figlio facesse tutto quello che vuole,che razza di genitori saremmo?
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martedì 10 marzo 2009

Sono una pianta

Come una pianta,vivo di luce solare.
Perdo energie quando il cielo s’incupisce e allora sì che vorrei dipingere il mondo di giallo.

Ho appurato questa mattina,con tutta certezza,che questo è il mio periodo giallo.
Quando mi sveglio le mattine brillano.
Griderei al mondo intero il mio umile BUONGIORNO!
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lunedì 9 marzo 2009

Semi.

Sorrisi.
Lunghe corse verso l’infinito mondo.
Sguardi.
Fili tesi di un’arpa accordata male.
Semi.
Ignoti futuri immaginati nel miele.
Ricordi.
Ancor lunga la strada verso casa.
Baci.
Silenziose mute miti parole perse.
Respiri.
Vite lontane ma unite dall’amore.

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domenica 8 marzo 2009

LOLA

Salve.
Mi presento: sono Lola.
Ho vent'anni e ho la testa rapata. Ho due tette grosse come due limoni gialli.
Il mio corpo, a parte questo, non è niente di speciale.
Passerei totalmente inosservata per le strade di questa città, se non avessi la testa rapata come un kiwi…e se non fossi rinchiusa qua dentro.
E’ il mio primo anno di prigione. Già, è così.
Sono seduta su questo materasso molle di un letto a castello che poggia su un muro freddo come il metallo d’inverno.
Qua sopra c’è la mia compagna di cella: una puzzolente ragazza albanese, che voleva far carriera nel mondo dei marciapiedi…
Illusa!
Io ho sparato. Un solo colpo per rimanere incastrata.
Eppure, per una volta, quella volta, seppi prendere una decisione…Illusa!
Ora sento che la mia pelle è sporca e pallida.
Vorrei di più ma cosa poter desiderare in questa condizione, come potermi mettere alla prova? Dicono che dovrei pensare ai miei sbagli e di essere forte. Ma io sono forte.
Giorno dopo giorno, guardo al di là di quelle sbarre verticali, fisse e fissate come l’eternità e vedo solo un azzurro cielo.

Ma più lo guardo, più i miei occhi s’illudono di vedere una grande onda solcata dalla tavola di un surfista.
Sono forte perché ogni giorno vorrei morire, ma non posso e resisto.
Potrei incominciare a gridare fingendomi pazza. Sarebbe proprio una bella scena…
La mia voce acuta che rimbomba nella cella per espandersi veloce, in tutto il corridoio, là fuori.
Non passerebbero più di due minuti per essere poi presa di forza da qualche stronzo secondino e per prendermi due sberle.
No! Preferisco far la brava e scrivere sul muro, anche se non è consentito. Ci dicono che siamo incivili…
Ci prendono per il culo aspettando una reazione.
Provocano i nostri nervi. I nervi. Spesso sono indolenziti per questa immobilità.

Sono Lola e ho perso la libertà in un sparo.
Sarei un bel personaggino per un filmetto trash.
Il mio volto sarebbe dimenticato subito. Il mio nome invece continuerebbe ad essere l’emblema della carcerata senza rimorsi.
Lola, un nome che ricorda le contrade spagnole.
I più perversi potrebbero immaginarmi come una puttanella che gioca a far la bambina innocente.
No! Io non so neanche più come si pronuncia la parola INNOCENZA.
Ho tagliato tutti i miei capelli per tagliare con il passato.
Volevo cambiare e assumere il volto della mia esistenza…Accidenti, questa notte mi lascio andare alle confessioni.
Mi sento sola, ma sarei nella stessa identica situazione se mi trovassi tra i miei amici…
Avrebbero di certo tutti paura di me, non saprebbero come rivolgersi ad una sporca assassina.
Non mi aspettavo che le cose andassero diversamente, d' altronde.
Magari, avrei gradito qualche visita di mia madre se non fosse morta per il dolore di avere una figlia in carcere.

Spesso vorrei sentire un po’ di buona musica.

Qualcosa che mi faccia evadere un po’.
Buffo dire ‘evadere’ in questa situazione. Evadere come morire e vedersi il Paradiso davanti agli occhi.

Si! Penso che un bel cd dei Cure non sarebbe male per vedere Dio e chiedergli che fine farò...
Sicuramente non vedrò mai più Estebàn e non farò più colazione sul tavolo di noce di casa mia.
Buonanotte, Lola.

Da Torino un grande augurio a tutte le donne, tutte!
Siamo esseri speciali!
A voi regalo questo racconto...






'Lola' è stato pubblicato su El Aleph nel dicembre 2008.
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sabato 7 marzo 2009

Il Purgatorio in mezzo al mare


Una giornata intera sull’Asinara sembra non finire mai, sembra che ti sia impossibile il ritorno a casa.
Là ti senti distante da ogni cosa, completamente immerso in ogni particolare che vedi.
Ti scorre davanti agli occhi un’isola che non ti saresti mai aspettato di vedere così.

Un’isola mai pensata, quasi stregata da un incantesimo.

La sua terra è avara, bruciata da un’inesorabile sole.
La sua terra è brulla, pietrosa, desolata, abbandonata.

Sembra quasi che una mano dall’alto abbia tolto l’anima a tutte le cose.
Perciò i ruderi di vecchie celle prigioniere, allora severamente sorvegliate, ricordano e testimoniano la lunga storia di questa isola di pene. Un Purgatorio in mezzo al mare.

Silenzio. Dappertutto.
Immobile e statico è questo paesaggio nel seguire un’unica strada cementata che attraversa l’isola dalla forma così sinuosa che i Romani la chiamarono appunto Sinuaria.
In questo scenario d’inquieta pace eremitica vivono solo animali allo stato brado ma anch’essi hanno un aspetto abbandonato, come se fossero in attesa di qualcuno che li venga a salvare.

Poi a Cala d’Oliva sorge sul mare un piccolo paesino di pescatori…ma i pescatori lì non ci sono.
Se non te lo raccontassero prima penseresti che stiano riposando nelle loro case durante l’ora della canicola estiva. Invece, quelle case,buttate lì una sopra all’altra per necessità, sono disabitate, non ci vive più nessuno da molti anni, dal 1997 da quando l’area ambientale è diventata protetta.

Stupisce molto incamminarsi per quelle stradine e vedere ancora una vecchia cabina telefonica della Sip, una chiesetta tutta chiusa e poco altro. Un luogo senza anima.
Solo tanti gatti affamati ti si stringono in cerchio e miagolano tutti insieme.
Solo la natura rompe il silenzio.
Qui sì che si potrebbe girare un film dell’orrore…ci sono tutti gli elementi per rendere suggestivo un thriller…

Pur essendo da molti anni chiuse le carceri, sembra che da qui la sofferenza non se ne sia mai andata.
Il passato dei penitenti su questa isola è aperto alla visita turistica.
Entri nella diramazione centrale del penitenziario dell’Asinara.
In mezzo un cortile quadrato, tutt’intorno le porte blu in ferro massiccio delle celle, ora aperte anzi spalancate.
Entri dentro e sei subito preso da un senso d’angoscia perché senti che lì dentro un uomo, un qualsiasi uomo arriverebbe al delirio.

Il vuoto, il buio, lo spazio, il niente: tutto questo in quattro mura fredde tra le quali chissà chi ha vissuto.
Senti che non hai molta voglia di guardare, troppo brutto questo luogo per esser visitato oggi.
Addirittura all’interno di questo complesso di carceri, è stato creato uno spazio espositivo per due mostre permanenti di Enrico Mereu, visitate da autorità importanti come l’ex-Assessore alla Cultura di Milano, Vittorio Sgarbi.

La giornata poi però finisce e allora sai che da lì tu te ne andrai…
Prenderai una barca che ti aspetta sul molo e in poco tempo sarai evaso dal Purgatorio del mare.

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venerdì 6 marzo 2009

Ore 05.00 al Ristorante

Le immagini hanno quel colore così nitido ma tendente al ‘rovinato’,e a ben guardare,sembrano proprio quelle che escono da un proiettore a nastri.
Mi sento in un film: io la protagonista, tutti gli altri
personaggi sono a me funzionali.
Le scene scorrono veloci nel cervello...

Ti svegli all'improvviso.
Un sogno interrotto.

Gli oggetti che escono dal sogno sono le uniche cose concrete del mondo dei sogni.
Nel limbo tra conscio e inconscio,ogni angolo di quell’onirico quadro visivo racchiude un preciso significato al quale non puoi risalire che in modo allusivo.
Tutte le cose e gli oggetti che lo “animano” sembrano caricati da una potenza energetica fortissima.

Gli oggetti s’impongono su tutto,sulla trama narrativa,sui discorsi,sui sentimenti, sulle sensazioni,su ogni passaggio logico e a-logico della componente razionale-logica del discorso onirico.

Ti svegli all'improvviso,sono le 5.
Il sogno nella mente si riavvolge istantaneamente.
Tutte le immagini sembrano scomporsi in mille frammenti…
I nessi logici discorsivi e gli elementi più strutturali vengono scardinati, spezzati via come se il risveglio dell’uomo fosse un’improvvisa esplosione.

Una bomba di luce ed energia scoppia nel proiettore.
Rimangono allora solo gli oggetti,le cose.
Le raccogli sul fondo dell’anima ed è come se ti stessero in mano.
Sono solide,dure,pesanti,la loro consistenza è impenetrabile dal pensiero…
Vorresti sapere perché “quelle cose” siano finite nel tuo cervello,perché la mente creatrice ha scelto determinate cose piuttosto che altre..

Tutto è un SIMBOLO.

Comprendi come la tua mente,ogni notte,nel suo cantuccio si fa artista e crea immagini,poi monta films.
E se avesse il tempo adatto inventerebbe qualcosa che ancora non esiste al mondo e allora sì che si sentirebbe veramente realizzata!

Si riprenderebbe così l’INGEGNOSITA’,brutalmente depredata dai mezzi di comunicazione di massa.

Perciò siano sempre messi in scena (nell’anfiteatro del nostro cuore) tutti quei sogni che ancora creiamo dentro noi stessi,vere e prorie intime opere personali!
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giovedì 5 marzo 2009

SIDDHARTA

Era l'alba, ma ormai quello spettacolo d'incredibile fascino ed emozione per lui non era niente meno che l'inizio di un altro giorno e come tutte le mattine era lì con le cime in mano.
Non avrebbe mai creduto che questo potesse succedere.
Pensava di poter amare per sempre, pensava che le passioni nascessero con gli uomini e che li accompagnassero per il resto della loro esistenza.
Ora, invece, non sentiva più nemmeno la fatica di quella vita che aveva scelto quando ancora andava all'università e studiava filosofia.
Oramai aveva raggiunto la totale impassibilità del saggio.

Così si sistemava gli attrezzi, controllava ami ed esche e dopo aver scelto le reti meno consumate,se le metteva tutte insieme su una spalla e con il vento tra i capelli si decideva a salire su il suo 'Siddharta', un piccolo gozzo che si era comprato poco dopo il suo arrivo su quell’isola.
Accendeva il motore e quello faceva da sottofondo ai suoi pensieri così profondi da toccare il fondo di quell'esotico mare .
Puntava la prua verso l'orizzonte e osservando il suo movimento su quella distesa di infinito divenire, sentiva affiorare a galla il ricordo insistente del suo passato.
Con vaga nostalgia allora pensava alle persone che aveva incontrato in quel suo lungo viaggio intorno al mondo.

I volti delle persone gli facevano subito ricordare tutte quelle esperienze che lo avevano riempito.
Era già da un po' di tempo che faceva questi pensieri forse perché la sua anima non era stanca di conoscere o perché ormai aveva perso le sue certezze.
Si accorse però che dopo tutti quegli anni, si era dimenticato quale fosse stato il vero motivo che lo aveva portato a decidere di lasciar tutto e partire.
D'altronde era da quando gli era cresciuta la prima barba che fantasticava viaggi avventurosi in luoghi sconosciuti. Dopo aver scartato l'idea di partir per l'Erasmus per insicurezza, pensava che non avrebbe mai più avuto il coraggio di andarsene da Milano.

Invece, quando meno se lo aspettò si ritrovò su un aereo per l'Indonesia: poche valigie, tanta tristezza.
Quello che più lo sconvolgeva,mentre scartabellava tra i suoi ricordi, era di aver rimosso quel ricordo dalla sua mente.
Erano giorni che si sforzava di ricordare ciò che aveva impiegato anni a dimenticare...
Il suo mondo, il mondo delle istituzioni, dei matrimoni, dei figli, dell'arida quotidianità dopo quasi vent'anni erano solo un punto lontano sull'orizzonte...

E' il sogno di tante persone lasciare tutte queste cose,anche solo per un periodo, anche solo per evadere dalla realtà.
Per riuscire a far questo bisogna avere una motivazione forte che sconvolge l'animo, fino a renderlo solo e senza più volontà se non quella di rivoluzionare tutta la propria vita.
Pur soffrendo allora si parte, ci si lascia tutto alle spalle come se si stesse morendo e rinascendo allo stesso tempo.
Nei viaggiatori tutto questo avviene così velocemente che sembra che essi vengano rapiti da uno stato di pura incoscienza come se ci fosse una volontà superiore ad agire su di essi.
In questi la memoria gioca brutti scherzi, sembra preservare la mente,oscurando gli eventi brutti per lasciar spazio alla novità.

A lui tutto questo era successo, ma non si ricordava la ragione della sua definitiva partenza e si sentiva come un puzzle senza l'ultimo pezzo.
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mercoledì 4 marzo 2009

HORNBREAD

Il pane,fonte di sostentamento dell'uomo da secoli e secoli,
oggi è un possibile strumento a fiato: svuotato e perforato alle due estremità,
una parte può diventare il punto in cui soffiare e l'altra
può esser collegata con un tubo.
Suonare una pagnotta.
Un soffocato mugugno si sperde nel profumo di pane appena sfornato.
E il mugugno da debole diventa primordiale,da primordiale diventa violento,da violento diventa tribale.
Il tubo è verde ed esce dalla pagnotta. Viene rivolto verso l'alto e fatto girare ad elica.
Propaga un suono strozzato.
L'immagine che mi evoca è un barrito d'elefante.
Lui suona. Lui è un uomo incappucciato da megatoast.
Suona per quasi due ore insieme ad un berlinese che lo accompagna
soffiando a sua volta in alcuni tubi. Tubi metallici e di plastica. L'amplificazione avviene attraverso un vaso rivolto in basso.

Il pane...
Cosa rappresenta il pane in una cultura industriale? Perché vengono proiettate immagini di uomini con la testa di pane?
La sua maschera è accattivante: un misto tra testa di HalloSpank e KukuxKlan...
Comunica familiarità e allo stesso tempo un certo senso di rivalsa.
Il pane...una storia che va da Marcellino pane-vino alla Moltiplicazione dei pani (e dei pesci),ai proverbiali Pan per focaccia...Portare a casa la pagnotta...dacci oggi il nostro pane quotidiano...trovar pane per i suoi denti...
E QUANTI ALTRI ANCORA NE CONOSCETE?!
Il pane è legato alla nostra cultura e alla nostra esistenza.
Il grano una volta era come il petrolio.
Nel VIII a.C.,infatti,i Greci dipendevano economicamente dal granaio della Magna Grecia,come oggi l'Occidente dipende dal Medio-Oriente.
Il pane è costoso. Il pane è buono. Il pane è un gioco.
Il pane è un prodotto della terra.

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martedì 3 marzo 2009

ATTO DI PROFESSIONE ALL'IGNORANZA

Sentiva che tra tutto quello che avrebbe voluto dire e il suo interlocutore non passavano fili di interconnessione e che l’incomunicabilità era pressoché ovvia.
Difficile poter dialogare quando gli intenti della discussione si allontano inesorabilmente.

Quali respiri mulinavano nel vento inumidito da pioggia di lacrime?
Erano solo intense perdite di conoscenza in mezzo ad una tempesta di impietosa angoscia che la facevano sussultare nelle più notturne profondità della sua esistenza.

Solo questo ricordava di quel pomeriggio. Sentiva il bisogno di scrivere a ritmo di valzer francese e scopriva lentamente che in fondo,in fondo era stata stimolata dal trovare nuove risposte per nuovi lettori…

Fare atto d’ignoranza era un’idea a cui forse non aveva molto riflettuto:
“non so niente e non riesco ad esprimermi come voglio, non ho la risposta immediata davanti a quesiti di natura filosofica e per di più non rispetto quelle che sono le mie più grandi attitudini.”

“Tradisco il mio senso del vivere nella quotidianità più grezza,lasciando fluire con insipida leggerezza il tempo che si fa sterile e grigio…

Rifletto con dosata indifferenza aspettando forse la grande illuminazione divina per la quale non basti più sentirsi elevati al rango dell’uomo ma ancor più a quello di profeta…

La sensibilità con cui rivesto gli interni delle mie dimora interiori come se fosse carta da parati rosa non serve più a nient’altro che a far avvenire un incontro d’amore fortuito tra coppie di colori immaturi e spaesati?”

“E quanta esperienza potrò rivestire di parole ora che i ricordi delle giornate si confondono in un vago senso di uniformità…

Solo innumerevoli immagini senza date né altri riconoscimenti…
Immagini profumate di stagioni e riquadri metropolitani imbevuti di poesia.”

“Ma perché le mie mani allora si fermano e si compiacciono di un’affannosa immobilità e pigrizia?
Perché le mie mani smettono di suonare il pianoforte delle parole,perché si rifiutano di parlare con me?

E perché i miei pensieri si fan deboli portatori di colore e d’immagini?
Perché essi non si azzardano a diventare nuove forme di vita artistica?

Dove sono gli archivi della memoria e dell’immaginazione?
quali quelli della conoscenza?”


“Ma sono solo un essere che si sforza ancora di capire perché il fragore dei temporali sia sempre così perentorio sul nostro istinto selvaggio,

Ancora mi chiedo a cosa servano le categorie logiche della mente se poi ci si rifugia tutti nel senso più incontaminato che abbiamo ossia la paura,

vorrei danzare con la mia ignoranza fino ad esserne stanca,di quella stanchezza che hanno quelli che pensano ad altro…”

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lunedì 2 marzo 2009

Il mare d'inverno

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IL MANIFESTO DEL BHOBLOG

Perchè nasco?
Nasco perchè sono uno strumento libero per dare sfogo a sogni ed impulsi chimici,fisici,psichici.

Come mi chiamo?
Mi chiamo BhoBlog. Sono una bacheca. Sono un punto d'incontro. Sono una lavagna d'ardesia. Sono un muro da imbrattare a mio piacimento, un treno in movimento che si fa colorare per diventare un quadro di Boccioni, sono solo uno spazio cibernetico in mezzo ad un mare virtuale, sono uno dei tanti eppure sono speciale..

Quando nasco?
Lunedì 2 marzo 2009, h.16.
E' una giornata di merda..ma forse anche no.

Cosa cerco?
Cerco lettori..

Cosa perdo?
Perdo l'ideale e mi faccio reale..
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